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Edith riabbraccia gli Ippoliti «Ho vissuto per questo giorno oggi si chiude il cerchio»

Edith riabbraccia gli Ippoliti «Ho vissuto per questo giorno oggi si chiude il cerchio»
di Laura Pesino
4 Minuti di Lettura
Venerdì 8 Ottobre 2021, 05:02 - Ultimo aggiornamento: 10:51

 Edith Fischhof ha 98 anni e l'energia di una ventenne. E' sopravvissuta al campo di concentramento di Ferramonti, è scampata ai rastrellamenti nazifascisti, ha subito la perdita di parenti e familiari ad Auschwitz, ha vissuto insomma molte vite e ora è qui a raccontarle. Sale sul palco del Teatro Ponchielli di Latina, vestita di bianco e di blu come i colori della sua patria ma al collo ha una sciarpa bianca rossa e verde che, ci tiene tantissimo a dirlo, ha cucito lei stessa per questa occasione.

Qui oggi chiude il suo cerchio, con un sorriso contagioso sulle labbra e la pace nel cuore. Il conferimento dell'onorificenza di Giusto fra le nazioni è il suo modo di ringraziare chi le ha salvato la vita, Giuseppe Ippoliti e Teresa Zani, e di consegnare alle giovani generazioni una memoria che non deve andare perduta. Ho vissuto così a lungo per questo giorno dice Il maresciallo Peppino e sua moglie Teresa sono state persone che si sono sacrificate, mettendo a rischio la loro vita, senza nulla in cambio. Coprirono me e mia sorella dicendo che eravamo cugine. E' per loro che oggi sono qui. Chiudo un cerchio. Non ho altre parole. L'emozione la tradisce appena e le parole da dire in realtà sono moltissime. Edith e sua sorella Trude, entrambe nate a Vienna, nell'inverno del 1943 avevano 20 e 23 anni. Il brigadiere Giuseppe Ippoliti, nato nel 1899 a Sonnino, era invece comandante della stazione di Casazza. Durante un ultimo incontro con i Fischhof, Ippoliti consegnò un biglietto con l'indirizzo del luogo dove si sarebbe presto trasferito: A voi è stata fatta un'ingiustizia terribile scrisse - siete una bella famiglia e io sono pronto ad aiutarvi. Se sarete in pericolo potete sempre rivolgervi a me, che farò di tutto per aiutarvi. Sono parole di affetto che superano ogni confine e suggellano un sentimento di amicizia e stima e che, inevitabilmente, aprono un'altra storia. E' a quel punto che la famiglia si divide e mentre i genitori trovano riparo in Svizzera, le due sorelle, ricordando quella promessa, raggiungono la casa dei coniugi Ippoliti a Chiesuola di Pontevico e vengono accolte come cugine del sottufficiale, sfollate da Viterbo dopo i bombardamenti. Quel gesto eroico è stato celebrato con una cerimonia solenne organizzata ieri a Latina, alla presenza delle più alte autorità provinciali, dell'ambasciatore di Israele a Roma Dror Eydar e del comandante provinciale dei carabinieri Lorenzo D'Aloia, consegnando nelle mani di Paolo Ippoliti, pronipote del brigadiere ormai scomparso nel 1974, e di suo figlio Giuseppe la targa e la pergamena che conferiscono il titolo di Giusto fra le nazioni, riconoscimento per quanti salvarono la vita degli ebrei durante la Shoa. Finita la guerra sono tornata in patria ha raccontato ancora Edith Fischhof ho avuto due figli, sono diventata giornalista. Andai via arrabbiata, avevano cancellato quattro anni della mia vita, mi avevano rubato tutto e io per 20 anni ho cancellato, ho messo i ricordi in un sacco e l'ho chiuso. Nessuno doveva prendere più la mia dignità. Poi una notte ho sognato Peppino che mi chiedeva se stessi bene. Mi sono svegliata e solo allora ho capito cosa avevo fatto: non avevo mai detto grazie. Lui aveva rischiato la sua vita per salvare due ragazze che neppure conosceva. Così mi sono messa in moto, ho rintracciato persona per persona, sono tornata a Pontevico, ho scritto un libro, lo dovevo anche ai miei figli. Poi, l'abbraccio con il comandante provinciale dell'Arma, con Paolo e Giuseppe, lo scambio di doni e la preghiera in ebraico recitata dal piccolo pronipote di Edith sul palco del teatro. E' indispensabile non disperdere la memoria ha spiegato il colonnello D'Aloia - Aiuta i giovani ad avere coraggio e a ricordare quei valori che sono l'unica forma di difesa dalla violenza. Ai giovani dico non dimenticate la tragedia della Shoah, abbiate coraggio di onorare la memoria di chi, come il brigadiere e sua moglie, non si è girato dall'altra parte. Un appello ai tanti giovani presenti in sala anche da parte del prefetto Maurizio Falco, che ha sottolineato come la gratitudine serva a riattivare l'esercizio del ricordo, soprattutto per chi è ormai distante un secolo dagli orrori del passato. Siamo un popolo che ricorda - ha concluso poi l'ambasciatore La memoria è parte profonda della nostra storia. Il grado di Giuseppe era alto e altissimo era il rischio per la sua stessa vita, ma non ha esitato ad aprire la sua casa, a offrire riparo e protezione e a salvare le vite delle due sorelle.
Laura Pesino
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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