L’angoscia del tema, un mal di gioventù curabile con l’italiano

Mercoledì 20 Giugno 2018 di Aurelio Picca
Questa mattina, in tutte le scuole d’Italia (stavo per scrivere del Regno), inizia l’Esame di Diploma (dicitura neutra, pseudo-tecnica, ingannevole, vuota, alla quale assegno uno zero spaccato) che da anni ha soppiantato l’Esame di Maturità: il quale era almeno simbolicamente prova di sé; passaggio, per gli alunni, dalla vita scolastica a quella della realtà. 

Era appunto un passaggio, un traghettamento da qui a lì. Si sentiva nel corpo, nella testa. E quella “Maturità”, anche se non avrebbe coinciso con la complessità della vita futura, sganciava gli alunni dal loro involucro protettivo e scalciava fuori dove, tra i diciotto e i vent’anni, bisogna incominciare a porsi delle domande se non cavarsela da soli. 

L’esame di maturità coincideva con l’antico rito delle visite militari al Celio, quando esisteva ancora il servizio militare. Anche quella era “una prova”. Ci si confrontava, nudi e infreddoliti, negli stanzoni dell’ospedale militare con tanti coetanei che approdavano a Roma da ogni parte. Ma il problema oggi, in questo istante magari che gli alunni si apprestano a scegliere una delle quattro tipologie da scrivere possibilmente in italiano, è sapere che il confronto con il famoso “Tema”, primo salto verso la maturità, si affronta con spirito smarrito, accidioso, tremebondo. 
Non c’è ragazzo che non usi un computer, un tablet o un iPhone o iPod o un telefonino di qualsiasi altro genere. Ognuno provvisto di una tastiera dove non c’è ragazza o ragazzo che non ci scrivi sopra, ovvio! Eppure provarsi in una delle quattro tipologie rappresenta un tabù. E’ sgarellare nel vuoto.

Intanto si doveva mantenere il tema e basta. Il tema da scriversi con penna bic dall’inchiostro nero o blu. Punto. Invece, proprio codesti studenti che adesso o tra un’ora inizieranno la prova e che ci si illude sappiano scrivere meglio in virtù dell’uso delle frenetiche tastiere, sono praticamente analfabeti. Dal correttore automatico hanno potuto forse notare che “è” verbo si scrive così, ma non sanno che quell’accento si chiama grave – trascuriamo l’apocope e l’aferesi. Loro inviano messaggi, comunicano sulle tastiere, e non sanno che il mezzo tanto seduttivo è fragile come la sabbia. Delle parole che vi si digitano non resta traccia. 

È a scuola, con in mano penna e carta bianca, che si impara a scrivere. La scrittura è un corpo a corpo. Bisogna che dall’impulso cerebrale le lettere e le sillabe attraversino il corpo scendendo per vene e nervi fino a incidersi sulla pagina. Eppure non basta. Per imparare la lingua italiana bisogna leggere e scrivere, leggere e scrivere, leggere e scrivere. Soprattutto avendo accanto “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni che il sottoscritto, da insegnante, ha fatto leggere per vent’anni due volte a settimana ai suoi studenti. 

Ma ciò non si può. Anche gli insegnanti audaci e pugnaci demordono. Nelle scuole hanno introdotto i registri elettronici, ancora computer per riportare argomenti delle lezioni, assenze, voti… però in molte scuole la connessione è insufficiente. Dunque si perdono ore a sistemare la povera burocrazia quotidiana. Si trasforma in pratica sado-masochista. O altrimenti si deve provvedere con il proprio iPhone e computer a casa. Ecco dove siamo arrivati: sul ciglio dove “il tutto obblia” per dirla con il “giovane favoloso” come chiamava Giacomo Leopardi Anna Maria Ortese. 

Caro ministro da poco incaricato, rifletta. Anche la scuola media inferiore non serve a niente così come è. Anzi, è una palestra (stavo per scrivere: fucina) per asini con le orecchie a sventola che, per tre anni e oltre, portano il segno della lettura non con gli occhi bensì con il ditino della prima elementare delle remote scuole di campagna. Buon Tema: sventurata scuola d’Italia! Ultimo aggiornamento: 07:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA