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Indimenticabile De Sica

Indimenticabile De Sica
3 Minuti di Lettura
Venerdì 14 Novembre 2014, 05:58

L'ANNIVERSARIO
A quarant'anni dalla morte Vittorio De Sica è il cineasta meno dimenticato d'Italia. In un paese solitamente così svelto a giubilare i propri talenti, la stella dell'autore di Ladri di biciclette, attore, regista, personaggio, continua a brillare per chiunque abbia avuto la fortuna d'imbattersi nei suoi film, così diversi e sempre così generosi, in tutte le stagioni.
Altri grandi nomi hanno avuto meno fortuna. Antonioni e Visconti, Germi e Rossellini, oggi sono frequentati dalle fasce più colte e dagli appassionati ma certo non dal grande pubblico. Perfino Fellini, azzardiamo, sopravvive forse più come mito (come aggettivo), ovvero come autore di film leggendari, che come regista coltivato con passione e fedeltà dalla vasta platea che una volta era quella del cinema.
La popolarità di De Sica invece non conosce eclissi, come verificammo personalmente qualche anno fa con un questionario distribuito nelle scuole superiori di Roma sui grandi nomi del cinema italiano. Naturalmente si possono dare molte spiegazioni al fenomeno. Ancor prima che grande regista, De Sica fu un immenso attore. Immenso, versatile, capace di durare come pochi altri, e generoso di sé fino allo scialo (anche escludendo la prima apparizione al cinema, appena 16enne nel 1917, fra il 1927 e il 1974 interpretò 158 pellicole, no tutte eccelse mentre da regista ne firmò 34, episodi compresi). Ma proprio in questa sua incredibile capacità di spendersi e disseminarsi sta il segreto della sua durata.
Il discorso è quasi antropologico, prima che artistico. Evidentemente De Sica è riuscito a riflettere per almeno tre generazioni tratti essenziali del “carattere italiano” con un impeto, una finezza, un'adesione intima e insieme una distanza critico-ironica che colpiva al cuore gli spettatori più di qualsiasi arte.
Questo spiega anche perché abbia fatto film severi fino all'ascesi come Umberto D. e Ladri di biciclette, accanto ad altri invece allegri o almeno vivaci (ma anche inesorabili) come L'oro di Napoli o i film con la coppia Loren-Mastroianni. È un po' come se tutti gli altri fossero “solo” attori o registi, e lui quasi un parente - parente di tutti, senza distinzioni di luogo o di classe - che siamo ogni volta felici di ritrovare, davanti o dietro alla macchina da presa. Come ci ricordano le bellissime Lettere dal set che inviava alla figlia Emi, pubblicate la prima volta nel 1987 e da tempo introvabili, ora riproposte da Laterza (a cura e con una succosa introduzione di Alberto Crespi, 224 pagine, 18 euro).
Sono lettere insieme personali e dettagliate, quasi dei diari di lavorazione che De Sica scriveva all'adorata Emi, come fosse una «psicologa personale, una spalla amica alla quale idealmente appoggiarsi», nota giustamente Crespi, per non farsi sopraffare dalla stanchezza e dallo sconforto per le mille e mille difficoltà di ogni tipo incontrate girando La ciociara, poi Ieri, oggi, domani, Matrimonio all'italiana e infine I girasoli, nel 1970. Ma sono così ricche di intelligenza e osservazioni, così appassionate e a volte acuminate, che si rimpiange di non avere l'equivalente per tutto De Sica (e chissà che scavando negli archivi..).
Dalla Loren bravissima e adorata ma già un po' guastata da Hollywood al vescovo che nega la chiesa in odio ai “peccatori” De Sica e Moravia, da Fellini ingrato e chiacchierone ai festival che premiano sempre i film sbagliati, da Ponti che vuole bombardamenti più violenti per favorire il pubblico («cercherò di accontentarlo, nei limiti del lecito»), al contadino che vuole il rimborso per le fave calpestate dagli ammiratori della Loren, ce n'è per tutti. E sempre con una penna precisa e leggera, filosofica e fattuale, indignata e spiritosa. Guarda un po', era anche un grande scrittore.
Fabio Ferzetti
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