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Ucraina, i prof di chimica in trincea per fabbricare le bombe

Leopoli, unica città risparmiata dai raid. «Ora arriveranno qui, noi ci prepariamo»

Ucraina, i prof di chimica in trincea per fabbricare le bombe
di Davide Arcuri
4 Minuti di Lettura
Sabato 12 Marzo 2022, 22:03 - Ultimo aggiornamento: 14 Marzo, 10:13

LEOPOLI - La città più a ovest dell’Ucraina, una delle poche a non essere ancora stata bombardata dall’esercito russo - anche se ieri le sirene hanno suonato per due ore, mai così a lungo - si prepara a difendersi. Punto di snodo strategico per gli aiuti umanitari e soprattutto militari provenienti da tutto il mondo, “Lviv” - in lingua ucraina - nel giro di due settimane ha cambiato volto: da capitale culturale del Paese a roccaforte della resistenza.

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L’ACCOGLIENZA

Kostyantyn Polishchuk, 40 anni, professore di politica internazionale all’Università di Leopoli, insieme ai suoi studenti coordina un nucleo di resistenza in città. «Il giorno in cui è scoppiata la guerra hanno sospeso le lezioni, sono in ferie forzate - racconta Kostyantyn -. Io e i miei studenti non potevamo rimanere a guardare, così abbiamo iniziato ad organizzarci». Nel refettorio di una residenza studentesca si raccolgono beni di prima necessità per i rifugiati. I tavoli non ci sono più, hanno lasciato il posto ad una montagna di pacchi pieni di cibi a lunga conservazione, vestiti caldi e medicine. «Raccogliamo tutto quello che possiamo - spiega uno studente -, i pacchi verranno poi distribuiti qui a Leopoli o verso est, dove c’è più bisogno». Si cerca di raccogliere più beni possibile e i social network sono lo strumento principale per il passaparola: «Leopoli sta accogliendo circa 400mila rifugiati interni, oltre la metà della popolazione totale, e ci aspettiamo un aumento nelle prossime settimane - ci spiega una studente del professor Polishchuk -. Tramite i gruppi Telegram raccogliamo le richieste di aiuto e troviamo i volontari disposti a dare una mano».

Mentre una parte di studenti è impegnata nell’organizzazione di una risposta di tipo umanitario, dall’altra parte della città, in una zona industriale abbandonata, c’è chi organizza la resistenza armata. Bottiglie di vetro accatastate, lenzuola fatte a brandelli, taniche di olio e benzina, un laboratorio a cielo aperto dove si fabbricano molotov. Un gruppo di giovani a malapena ventenni capitanato da Halena: «Ho 21 anni, studio per diventare una programmatrice. Prima che iniziasse la guerra non sapevo come costruire una molotov - mentre racconta sta rabboccando una bottiglia di birra con dell’olio motore esausto -, poi abbiamo chiesto consiglio ai nostri professori di chimica e ora riusciamo a produrne 1.500 al giorno». Sembra una catena di montaggio, ognuno fa la sua parte in silenzio, di sottofondo solo il rumore del vetro delle bottiglie. Bisogna fare in fretta, una volta preparate le molotov vanno utilizzate entro due giorni. Come una processione, ogni mezz’ora un’auto diversa arriva e carica una cassetta con 30 molotov pronte a viaggiare verso Kiev, Kharkiv o Mariupol.

LA RETE DI CONTATTI

Un network di civili, una rete di contatti nata già con la guerra nel Donbass del 2014 che oggi permette di spostare persone e beni da ovest a est del Paese. Una logistica raffinata che viene gestita da appartamenti di civili come quello di Iryna, 37enne dipendente di un’importante azienda tedesca, che da quando è iniziata l’invasione russa si dedica a tempo pieno a reperire e smistare attrezzature militari da inviare al fronte. «Riceviamo gli ordini direttamente dai soldati, cerchiamo di reperire quello di cui hanno bisogno e di organizzarne il trasporto». La cucina di Iryna è invasa dagli scatoloni, sembra in corso un trasloco, ma è lei stessa a mostrarci il contenuto: «Qui ci sono visori termici, giubbotti tattici, cavalletti per i fucili, piccoli droni». 
Una casa che sembra un centro logistico, ogni ora arriva un corriere a consegnare o ritirare attrezzature. Iryna sembra molto determinata, ci spiega che in questo momento gli elmetti per i soldati sono introvabili: «L’imperativo della nostra resistenza è mettersi a disposizione, fare tutto il possibile per aiutare i nostri eroi». Tutto a un tratto lo sguardo di Iryna cambia drasticamente, sembra tornare alla realtà. «Due settimane fa ero qui nella mia cucina a sorseggiare un bicchiere di vino, ora sono qui con un visore termico in mano, questa è la guerra».

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