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Crimini di guerra, l'inchiesta contro i russi e il ruolo degli Usa: ecco perché la Casa Bianca frena

E' un caso il ruolo degli Stati Uniti nell’indagine aperta dalla Corte penale internazionale dell’Aia

Crimini di guerra, l'inchiesta contro i russi e il ruolo degli Usa: ecco perché la Casa Bianca frena
5 Minuti di Lettura
Sabato 12 Marzo 2022, 17:03 - Ultimo aggiornamento: 18:43

È un caso il ruolo degli Stati Uniti nell’indagine aperta dalla Corte penale internazionale dell’Aia per indagare su presunti crimini di guerra commessi dalla Russia. L’inchiesta non si concentra solo sugli attacchi sferrati dopo l’avvio dell’invasione da parte delle forze del Cremlino ma, ha fatto sapere il pubblico ministero Karim Khan, riguarda tutti gli atti commessi in Ucraina «dal 21 novembre 2013».

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LE ACCUSE

Un periodo in cui sono da comprendere «tutte le accuse passate e presenti di crimini di guerra, crimini contro l’umanità o genocidio commessi in qualsiasi parte del territorio dell’Ucraina da qualsiasi persona». Indagini che suscitano preoccupazione in alcuni funzionari dell’amministrazione Usa: temono che un’accusa di crimini di guerra contro il presidente russo Vladimir Putin possa precludere una possibile via diplomatica per uscire dalla crisi, scrive NBC News in un approfondimento.

 

VIOLAZIONE DELLE LEGGI DI GUERRA

Ad agitare ulteriormente le acque ha contribuito ieri, venerdì 11 marzo, l’ambasciatore americano presso le Nazioni unite Linda Thomas-Greenfield. Ha alzato a livelli mai raggiunti i toni dello scontro affermando che la Russia ha commesso crimini di guerra in Ucraina, nonostante i funzionari dell’amministrazione si muovano con i piedi di piombo e stiano ancora discutendo su come gli Stati Uniti riterranno Mosca responsabile dell’invasione. Per Linda Thomas-Greenfield i video delle città bombardate, delle case in fiamme, degli ospedali colpiti e del numero crescente di vittime tra i civili è più che sufficiente a mettere Putin sul banco degli imputati. «Le azioni della Russia rappresentassero una violazione delle leggi di guerra?», le è stato chiesto. La sua risposta: «Stiamo lavorando con altri membri della comunità internazionale per documentare i crimini che la Russia sta commettendo contro il popolo ucraino. Costituiscono crimini di guerra. Ci sono attacchi ai civili che non possono essere giustificati in alcun modo», ha detto giovedì in un’intervista alla Bbc.

GLI APPROFONDIMENTI

Le parole dell’ambasciatrice sono arrivate proprio mentre i funzionari dell’amministrazione Biden stanno svolgendo approfondimenti sulle potenziali ramificazioni delle indagini sui crimini di guerra contro la Russia e sul ruolo che gli Stati Uniti dovrebbero svolgere nell’ambito dell’azione internazionale. Il dubbio principale è il seguente: un’accusa contro il presidente russo Vladimir Putin chiuderebbe la porta a qualsiasi potenziale diplomazia per fermare o attenuare il conflitto in Ucraina? I funzionari assicurano comunque che ciò non influirà sulle decisioni in merito alle prove da consegnare agli organi inquirenti. Ma alcuni ritengono che se Putin venisse accusato di crimini di guerra o credesse che gli Stati Uniti siano intenzionati a rovesciare il suo regime, potrebbe concludere che non c’è motivo di negoziare e ricorrerebbe a misure ancora più drastiche. Da sottolineare tra l’altro che la Corte dell’Aia può processare individui e non Stati per possibili crimini di guerra, genocidi e crimini contro l’umanità.

RACCOLTA DELLE PROVE

L’amministrazione Biden sta anche valutando fino a che punto gli Stati Uniti dovrebbero essere in prima linea in qualsiasi accusa contro la Russia, dato che non fanno parte della Corte penale internazionale dell’Aia e non riconoscono la sua giurisdizione sui cittadini statunitensi. Nemmeno la Russia riconosce la giurisdizione della corte sui suoi cittadini e ha ritirato la sua adesione nel 2016. Alcuni funzionari americani ritengono inoltre che qualsiasi accusa contro la Russia sarebbe più potente se fatta con gli Stati Uniti come parte di un ampio collettivo di Paesi, non da soli. Il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno «visto rapporti altamente credibili» di azioni russe che costituirebbero crimini di guerra. Facendo così eco alle affermazioni del Segretario di Stato Anthony Blinken: «Quello che stiamo facendo ora è documentare tutto questo, metterlo insieme, esaminarlo e assicurarci che le persone, le organizzazioni e le istituzioni appropriate che indagano se siano stati o vengano commessi crimini di guerra possano averlo a disposizione». Linda Thomas Greenfield assicura che «lavoriamo con altri nella comunità internazionale per documentare i crimini che la Russia ha commesso contro il popolo ucraino. Continuo a vedere le immagini di una donna che fugge dall’ospedale, incinta, sanguinante, di persone che urlano, bambini che piangono. È incredibile. E chiediamo alla Russia di cambiare rotta».

COSA SUCCEDE

Per l’ambasciatrice Usa è inutile speculare su come dovrebbero essere perseguiti i crimini di guerra, «l’importante è raccogliere le prove e che siano pronte e disponibili per essere utilizzate». Ma a queste accelerazioni corrispondono, nei fatti, marce indietro. La scorsa settimana l’ambasciata statunitense a Kiev ha accusato le forze russe di aver commesso un crimine di guerra nell’assalto e nell’acquisizione di una centrale nucleare a Zaporizhzhia. «Attaccare una centrale nucleare è un crimine di guerra», ha twittato l’ambasciata. Subito dopo però i funzionari del Dipartimento di Stato hanno inviato un messaggio «urgente» alle ambasciate statunitensi in Europa avvertendo di non ritwittare il post, come trapela da un messaggio interno svelato da NBC News. Secondo gli osservatori gli Stati Uniti non saranno in prima linea nell’inchiesta della Corte penale internazionale e «se la sosterranno, lo faranno in silenzio», riflette David Bosco, professore associato di relazioni internazionali all’Università dell’Indiana. «Faranno un gioco attento nel loro approccio alla Corte. L’amministrazione potrebbe consentire agli alleati di prendere l’iniziativa in termini di cooperazione e fornitura di informazioni e gli Stati Uniti rimarrebbero, nella misura del possibile, in secondo piano».

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