Garambois: «Con "portiera" e "arbitra" facciamo gol
ai mondiali del linguaggio»

Domenica 9 Giugno 2019 di Vanna Ugolini

C'è una partita ancora più importante che si comincia a giocare in queste ore con i mondiali di calcio femminili. E' quella del linguaggio che va a braccetto con quella del rispetto. «Finalmente oggi tutti i giornali si stanno interrogando su come chiamare chi gioca in porta e chi arbitra una partita. Finalmente con questi mondiali cominciamo a scrivere "portiera" e "arbitra". E a chi dice che "portiera" fa pensare a chi sta in guardiola nel palazzo, si risponde che lo stesso vale per "portiere"». In fondo il signifcato è quello: colui che guarda la porta. Silvia Garambois, giornalista, presidente dell'associazione "Giulia, Giornaliste Unite libere e autonome, (nata nel 2012, sull'onda delle manifestazioni di "Se non ora quando", attenta al ruolo delle donne nel mondo del giornalismo e del lavoro, impegnata sul fronte della formazione), è ottimista: «La mentalità sta cambiando. Poco alla volta arriveremo a modificare il modo di parlare e di scrivere. Che è poi un modo di pensare». Già perchè se i detrattori che vedono la battaglia sul linguaggio al femminile come poco più che un vezzo sono tanti, Garambois, invece, è pienamente convinta della sua importanza: «Se non dai un nome alle cose, alle categorie, queste non esistono». E poco conta sentirsi dire che certe parole al femminile "suonano male". E' un questione di abitudine: molto probabilmente si riferiscono a ruoli in cui le donne erano poco presenti. Ora ci sono e il linguaggio si adegua. L'Accademia della Crusca insegna.

Certo, ci sono donne che ricoprono incarichi di vertice, che non vogliono sentirsi chiamare al femminile.  «E' vero, ma io faccio la giornalista. E credo che sia una battaglia culturale che va fatta. Inoltre noi abbiamo il dovere del rispetto della lingua italiana che va oltre i sentimenti delle persone che abbiamo di fronte. Se la grammatica mi indica il femminile, va usato. Sono usciti titoli ridicoli per non voler usare una parola declinata al femminile: "Il segretario del partito è il padre del figlio del sindaco"».
E Garambois è sicura che il mondo dello sport e anche questi Mondiali, appunto, saranno un terreno su cui giocarsi una parte di questa battaglia culturale. «Nel mondo dello sport si verificano episodi gravissimi di mancanza di rispetto nei confronti delle donne: pensiamo al ragazzino che si tira giù i pantaloni davanti all'arbitra e i genitori che fischiano lei solo perchè è una donna. Pensiamo ad autorevoli colleghi giornalisti che usano parole di scherno nei confronti delle giornaliste che si occupano di sport. Ma è anche un terreno su cui si può lavorare per far emergere il positivo, la forza delle donne e le parole giuste».
Alle parole degli odiatori  rispondiamo dunque con le parole giuste, secondo la grammatica e secondo le regole del rispetto dell'altro. Come è successo nei giorni scorsi alla giornalista Tiziana Ciavardini, minacciata da un diplomatico iraniano dopo aver pubblicato uno scatto al Festival della Comunicazione con una immagine di Nasrin Sotoudeh, l'avvocata che difende i diritti delle donne, condannata a 148 frustate e 38 anni di carcere.
«Con Giulia abbiamo sostenuto con forza la collega: gli odiatori attaccano molto di più le donne e le giornaliste in particolare, rispetto agli uomini»
Certo, quando si trovano le grammatiche in cui negli esempi si trovano frasi come "la mamma stira e il babbo legge" a volte prende lo sconforto. Lo stesso dicasi quando si compila un modulo in nun comune e si trovano i prestampati tutti al maschile.
«Le grammatiche di cui si è parlato nei giorni scorsi sono state ritirate. E per quanto riguarda i prestampati la legge la legge sulle semplificazioni prevede che si possa chiedere che vengano cambiati». 

 

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