Marco Presta e "Fate come se non ci fossi": «Lo confesso, vorrei essere Batman»

Venerdì 8 Novembre 2019 di Riccardo De Palo

Tutti conoscono Marco Presta come ineffabile e inesauribile intrattenitore radiofonico - e in questa veste si avvia a festeggiare con orgoglio i 25 anni de Il ruggito del coniglio con il compagno di avventura Antonello Dose - ma ogni tanto si concede qualche scorreria nell'editoria; e i risultati sono sempre fuori dagli schemi. Fate come se non ci fossi, da oggi nelle librerie (presentazione domani alla Feltrinelli di via Appia Nuova 427, ore 18), è un divertentissimo diario minimo del nostro tempo, che riesce a cogliere squarci di verità attraverso la lente della satira e del paradosso. «Il titolo iniziale era Taccuino infame - dice l'autore - «piccoli flash immagazzinati nel corso degli anni; ho proposto a Einaudi di provare a ordinarli in un libro; e loro mi hanno detto sì, con la consueta ingenuità che li spinge a pubblicarmi e della quale sono sempre grato».

Ci sono squarci surreali, alla Buzzati.
«È una sorta di riflessione esistenziale - ma di basso livello, mi basterebbe la metà di Buzzati - e a pensarci bene c'è un tema ricorrente: come fare a vendere un milione di copie. Ipotizzo una trama gialla, un horror, un romanzo erotico... A volte è umano dire: ecco il bestseller, finalmente».

In un episodio compare un'arca di Noè.
«Dio ogni tanto decide di dare una sfoltita ed è comprensibile, dal suo punto di vista. Convoca Eberardo il Giusto e gli dice: Facciamo un altro Diluvio universale, però questa volta non chiamare gli animali, tanto quelli se la cavano da soli. Prendi piuttosto vari tipi di esseri umani. Eberardo ribatte: Ma in questo modo ricreeremo la Terra così com'è. Sì - risponde Dio - ma ci vorrà del tempo».

A un certo punto, compare una festa per i 150 anni di un quotidiano, che ricorda quella a cui ha partecipato, per i 140 anni del Messaggero.
«Cambio sempre un po' la realtà, per dare dignità letteraria e non di mera cronaca a quello che racconto. Il mio quotidiano è Il Messaggero, per tanti motivi: per ragioni affettive, perché è il quotidiano della mia città, perché ho avuto l'onore di scrivere su questo giornale. A Cinecittà ho vissuto una bella serata, è stato divertente raccontare la divisione della società globale in caste diverse».

La finzione è più verosimile?
«Sì, la realtà va oltre qualsiasi cosa che puoi inventare. Nel libro racconto un incontro con un produttore cinematografico. Mi convoca e mi chiede: Cosa hai da dirmi? Mah, niente, rispondo, sei tu che mi hai chiamato. Alla fine, messo alle strette, gli racconto una notizia che avevo trovato su un quotidiano. Lui mi guarda e mi fa: Non è credibile».

Nel suo libro tutto pare incredibile. Vogliamo parlare degli squali termali?
«È molto bello andare alle terme, che sono posti bellissimi, ma al tempo stesso avverto un senso di estraneità; così ho provato a ipotizzare uno scenario horror, stile Lo squalo di Spielberg. Per motivi inspiegabili - come sempre in questo genere di film - ci sono squali che aggrediscono i clienti. I grandi romanzi di fantascienza, o il teatro dell'assurdo di Ionesco, hanno raccontato molto bene ciò che siamo diventati».

Definisce i suoi figli pulcini mannari.
«Li ho introdotti ai supereroi; ma loro sono più intelligenti e più moderni, ti mettono in difficoltà. Tanto più se parli di personaggi che sono di pura fantasia. Quella è una base comune, ma ormai mi hanno scavalcato».
 
Quale supereroe vorrebbe essere?
«Alla fine il vecchio Batman è quello che ha più fascino».

Anche se è così cupo?
«Sì, perché i supereroi sono tutti degli sfigati. L'uomo Ragno ha la zia che muore; Devil è cieco e quindi si lancia dai grattacieli perché ha un sesto senso (ma primo o poi si sfracellerà da qualche parte); lo stesso Superman vive da solo perché è un diverso, la gente ha paura di lui. A Batman hanno ammazzato i genitori ma tutto sommato è un supereroe normale, rimane quello a cui ti affezioni di più. Mi sorprende che abbiano dato il Nobel per la letteratura a Bob Dylan e non a Stan Lee, che ha creato un universo».

Cosa farete per i 25 anni del Coniglio?
«Vorremmo fare un grande raduno: è un quarto di secolo e pensarci fa un po' paura. Ci divertiamo ancora tanto, nonostante la fatica, con il pubblico che ti spalleggia e ti racconta qualsiasi cosa. Lo puoi fare solo alla radio; in tv diventerebbe un programma inutile o becero».

Altrove ci sono risse, hater. Voi riusciate a tirare fuori il meglio degli italiani.
«Siamo una community, come dicono quelli bravi, e le community si basano sulle regole. Per noi la legge comune è l'ironia. Chiediamo al pubblico il racconto della quotidianità; è questo il totem adorato dall'intera tribù. Il meglio degli italiani esiste, bisogna solo tirarlo fuori. Purtroppo i media oggi chiedono altre cose».

L'episodio più sorprendente?
«Ci hanno chiamato da carri funebri, donne che stavano per partorire, chirurghi che ci ascoltano abitualmente mentre operano».

Mentre operano?
«Sì abbiamo scoperto di essere ascoltati in situazioni davvero incredibili. Sa, è una responsabilità grossa parlare alle persone. Qualunque media contribuisce a migliorare o peggiorare il Paese in cui opera. La Rai per anni ha contribuito a migliorarlo, non solo con i programmi culturali, ma anche con Walter Chiari che andava in video e parlava un meraviglioso italiano. Sarebbe questa la strada da seguire».

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