Premio Messaggero per i giovani Romana Petri: «Altro che muscoli e tatuaggi, la vera forza è nella scrittura»

Romana Petri: «Altro che muscoli e tatuaggi, la vera forza è nella scrittura»
di Francesco Musolino
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«L'unico virus da cui non dobbiamo proteggerci è quello della scrittura. Ai ragazzi auguro di innamorarsi delle parole per combattere il disagio». Traduttrice, autrice di radiodrammi e scrittrice pluripremiata, Romana Petri dopo aver scritto libri dedicati alle vite di Jack London e Mario Petri l'attore, basso baritono e padre della scrittrice - è tornata in libreria con Cuore di furia (Marsilio, pp.160 16), firmando una biografia fantastica di Giorgio Manganelli. Classe '65, innamorata di Roma, si definisce «capitolina nel midollo perché amo tutto di questa città, anche il suo marciume». Plaude e promuove il concorso de Il Messaggero Che cosa è importante per me? e in virtù del suo ruolo di insegnante di letteratura francese al liceo statale Niccolò Machiavelli, afferma: «La scuola di oggi dev'essere un ricovero emotivo per gli alunni».


Romana, la maxi rissa del Pincio l'ha scossa?
«Non siamo più negli anni Sessanta, Settanta. Questi ragazzi che si menano e si affrontano a muso duro, non sono affatto dei ribelli ma dei nerd. Vivono a casa, covano rabbia e dolori, non leggono e dunque, sono anche incapaci di evadere e sublimare la noia che per questa generazione, è il male assoluto, il grande spauracchio».


I fatti del Pincio richiamano altri eventi passati?
«Mi fanno pensare al lancio dei sassi dal cavalcavia. Gesti estremi, violenti ed efferati, scaturiti dalla noia e il fatto che si siano picchiati in pieno centro è un urlo di dolore. Significa che sono davvero furiosi ma non sanno fare altro che menarsi per testimoniarlo agli adulti».


Dobbiamo condannarli?
«Sarò banale ma a questo mondo ci sono i buoni e i cattivi. D'altra parte, gran parte delle colpe vanno ricercate nell'assenza del contesto e del confronto familiare. Questi ragazzi mi appaiono citando Osvaldo Soriano - tristi, solitari e finali. Peccato che non conoscano l'autore argentino, gli farebbe bene leggerlo».


Ci sono dei tratti comuni negli adolescenti odierni?
«Non mettono il naso fuori di casa, passano le giornate ai videogiochi ma giocano solo online, senza incontrarsi mai e stanno sempre con la faccia appiccata agli smartphone».


Che futuro li attende?
«Speranze tristi, temo. Nutrono grandi sogni di successo ma sanno in partenza che non saranno realizzabili perché sono pigri e la scuola è un diplomificio che non incentiva nemmeno i più volenterosi».


Da dove nasce la violenza giovanile?
«C'è sempre stata ma ora è cambiato il contesto. Adesso sembra essere l'unica risposta possibile per ragazzi incapaci di esprimere cosa sentono. Tempo fa sono stata a Colleferro, ho visto un parco all'aperto pieno di attrezzi e pesi. C'erano tanti ragazzi tatuati e gonfi di muscoli con atteggiamenti rissosi e pronti a mettersi in mostra, come se la violenza fosse un marchio di virilità da sbandierare».


Invece?
«Credo che a volte dietro i muscoli e il modo da fare da torelli, si possano nascondere grandi fragilità»


Ha dichiarato che scrivere è un vizio. Le piace il concorso indetto da Il Messaggero?
«È bellissimo. Una volta terminata la scuola, i ragazzi spesso smettono di scrivere o magari si confrontano solo con dei quiz, invece la parola scritta non fa sconti, rivela chi siamo e il modo in cui ci esprimiamo racconta il nostro mondo, con i limiti e i difetti. Vede, per scrivere bene bisogna lavorare tanto, non è questione di talento ma di lavoro duro e proprio quest'ottica di fatica e sudore può aiutare tanto i ragazzi».


Potesse esprimere un desiderio per conto loro?
«Gli augurerei di prendersi il vizio di scrivere, il più bello che esista al mondo».


E Roma, la sua città, come sta?
«A me piace tutto di Roma e quando sento la puzza della Stazione Termini, so di essere tornata a casa. La amo in tutte le sue espressioni, anche nel suo marciume che tanti disprezzano. Ma Roma è una città drammaticamente condannata a soffrire, malgovernata da decenni che paga il fatto d'essere abbandonata al proprio destino. Roma è anche Suburra».

E la scuola cosa può fare?
«Dev'essere pronta a prestare soccorso agli alunni che sono impauriti, timorosi di contagiarsi. Ai miei ragazzi ho dato il mio numero di telefono, quando sono tristi possono chiamarmi. Insegnare è anche questo».

Domenica 13 Dicembre 2020, 08:03 - Ultimo aggiornamento: 14 Dicembre, 08:19
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