Che cosa è importante per me, Nicola Lagioia: «La scrittura è il rimedio alla normalità del male»

Nicola Lagioia: «La scrittura è il rimedio alla normalità del male»
di Francesco Musolino
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«Viviamo appiattiti, in una specie di presente insensato in cui incontrarsi per fare a botte, infischiandosene della diffusione del Covid, diventa una cosa quasi normale». Tre giorni dopo la maxi rissa che ha scandalizzato la città coinvolgendo diverse centinaia di ragazzi sulla terrazza del Pincio – assembrati e senza mascherine - emergono i primi retroscena e le autorità danno la caccia ai fautori del maxi raduno, ma lo scrittore Nicola Lagioia non punta il dito contro le giovani generazioni: «Le colpe vanno cercate altrove». E plaude al concorso “Cosa è importante per me”, indetto dal Messaggero.

Classe 1973, barese ma ormai romano sul campo – vincitore del premio Strega nel 2015 e conduttore della trasmissione Pagina 3 su Radio Rai Tre - è appena tornato in libreria con “La città dei vivi” (Einaudi) raccontando Roma e l’omicidio efferato di Luca Varani. Direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino dal 2017, con il suo team ha ideato “Vita Nova”, un ciclo di venti lezioni dentro i teatri e trasmesse in streaming che si concluderà oggi: «un necessario segnale di resistenza culturale».

Lagioia, come ha reagito alle immagini della maxi rissa del Pincio del 5 dicembre?
«Se vivi in un mondo che ti sembra insensato, le tue azioni saranno una semplice conseguenza e il Covid ha amplificato il vuoto e il nichilismo da cui sono attratti i ragazzi, creando una miscela esplosiva».

L’aggravante di non indossare alcuna mascherina, cosa significa?
«Questi ragazzi da un punto di vista probabilistico, anche se contagiati, non soccomberanno ma hanno rotto un patto generazionale, dimostrano che non gli frega se il virus entra nelle loro stesse case, colpendo gli anziani e i genitori».

Dobbiamo condannarli?
«Se vogliamo chiamarli incivili, gli adulti lo sono stati più di loro. Certo, ne vedo le colpe ma non voglio lasciarli da soli, senza provare a capirli». 

Cosa emerge?
«Questo mondo che gli va stretto, l’abbiamo costruito noi. L’Italia si presenta come un paese per vecchi in cui il ricambio generazionale è lentissimo e manca qualsiasi idea di futuro. O svoltano, magari con lo studio e con le incognite del caso, altrimenti cosa gli resta? Viviamo appiattiti, in una specie di presente insensato in cui incontrarsi per fare a botte, infischiandosene della diffusione del Covid, diventa una cosa quasi normale». 

La violenza come codice di comportamento?
«Questi ragazzi si sentono abbandonati dal mondo degli adulti e dalle istituzioni. La loro violenza è uno sfogo». 

Cosa vede nelle vie di Roma, oggi?

«Il centro città è completamente desertificato, iconico, triste. Ma vale lo stesso per molte città italiane, perché i centri storici sono stati consegnati ai turisti. In altre zone limitrofe – Pigneto, Torpignattara, Casilina, Centocelle – la vita continua, c’è ancora una comunità. E poi ci sono quartieri difficili, come Tor Bella Monaca, in cui la situazione è complicata. Ma a Roma la mappa del disagio è a macchia di leopardo e si fa presto ad appiccicare etichette sbagliate». 

Lei da dove ripartirebbe?
«Dai luoghi d’aggregazione che sono in grado di creare comunità ovvero educazione e dunque, cultura. In tal senso la politica ha un ruolo principale ma sta latitando. Dobbiamo puntare sulle scuole, le biblioteche e i centri culturali che a Roma sono pochissimi, lasciati alle iniziative dei singoli. E alcuni centri sociali svolgevano un’attività di supplenza sopperendo alle carenze delle istituzioni».

Il concorso “Che cosa è importante per me”, indetto dal Messaggero, le piace?
«È un segnale positivo a cui è necessario che si affianchi l’operato delle istituzioni per creare comunità contro il nichilismo»

La musica trap racconta anche la violenza. Va condannata?
«C’è la buona e la cattiva musica, anche nei casi peggiori sono testimoni di un disagio. Ascoltate Tha Supreme (Davide Mattei, 19enne di Fiumicino, ndr), un vero artista che ha creato una lingua».

Altri esempi positivi a Roma?
«Il festival InQuiete, la rassegna di scrittrici che si svolge ogni anno al Pigneto».
E se incontrasse uno dei “ragazzi del Pincio”…
«Lo ascolterei, per provare a capirlo».

Lagioia, che futuro vede per Roma?
«Un futuro di continua consunzione che non arriva mai all’osso. Segnali di ripresa non ne vedo, magari arriveranno».
 

Martedì 8 Dicembre 2020, 00:57
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