Ciriaco De Mita, l'innovatore che tentò di salvare la Dc

Lo statista si è spento ieri mattina ad Avellino a 94 anni. Oggi a Nusco i funerali

Ciriaco De Mita, l'innovatore che tentò di salvare la Dc
di Mario Ajello
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Venerdì 27 Maggio 2022, 00:14 - Ultimo aggiornamento: 12:00

E’ morto a 94 anni, ieri mattina, ad Avellino. E con Ciriaco De Mita se ne va una delle ultime grandi figure della Prima Repubblica. E insieme uno dei pochi che anzitempo seppero vedere la crisi dei partiti, e della sua Dc, e cercò di provi rimedio. Il cordoglio è di tutti, a cominciare da quello del presidente Mattarella che oggi sarà ai funerali a Nusco. 

De Mita non amava le semplificazioni e questo, in un Paese che vive di scorciatoie lessicali e politiche, lo rendeva una figura singolare e spesso inarrivabile per la sottigliezza (non astrattezza) dei suoi ragionamenti. Della Dc, che gli fu madre e figlia, diceva: «È un partito di centro con una grande rappresentanza popolare. Sul piano economico siamo per il libero mercato e la libera iniziativa. Ma quando questo tocca gli interessi popolari c’è l’intervento equilibratore del governo». La definizione è riportata in “Piazza del Gesù”, il diario prezioso, compilato dal suo portavoce Giuseppe Sangiorgi. De Mita dal ‘900 è passato al secolo successivo, senza mai trasgredire alla sua impostazione di fondo: «Quando una cosa complessa ti appare semplice, vuol dire che non l’hai capita». Demitismo puro. Forse per questo Gianni Agnelli definì l’ex premier e leader Dc «un intellettuale della Magna Grecia». Lui, che comunque si sarebbe riappacificato con l’Avvocato durante un match della Juve contro l’Avellino, rispose per le rime, dicendo che Agnelli s’intendeva di mercanti, e non di cultura. 

 

Per intellettuale della Magna Grecia, si voleva intendere uno che pensa ma non agisce. Il che non corrisponde in verità alla figura di Ciriaco. Il quale è sempre stato convinto, invece, che i sistemi politici si reggano sul pensiero e che l’azione non si esaurisca nella sua realizzazione. La realtà politica, a uno come lui, negli ultimi anni non poteva certo apparire governata dal pensiero. Aveva, da uomo del Sud di quelli concreti, una continua tensione all’idea di sviluppo. Alla fine degli anni ‘80, c’era chi gli diceva: «Tu sei un insieme di modernità e di arcaicità. Quando le due cose sono insieme dai il meglio di te stesso, altrimenti, no». E in effetti, il coraggio dell’innovazione (sulle riforme istituzionali e nel rapporto con il Pci, mentre con Craxi scontro duro) e i modi e le abitudini da leader del suo territorio, di tipo notabilare, formano quello che appare un paradosso agli occhi dei più, ma non a quelli di De Mita. «Io ho avuto sempre una visione di sviluppo. E l’Irpinia, negli anni ‘80, raggiunse lo stesso tasso di crescita di certe parti del Nord d’Italia».

LA FESTA AL TRITONE
Inutile dire che con Berlusconi parlavano due lingue diverse. Quanto a Sergio Mattarella, fu Ciriaco che, dopo l’uccisione di Piersanti, lo coinvolse nella Dc che provava a rinnovarsi anche in Sicilia. Il tema vero che è stato al centro delle sue riflessioni e del suo agire è quello del processo democratico. «Io credo che, nella forma in cui l’abbiamo vista finora, la democrazia rappresentativa sia arrivata alla fine. Io ho sempre pensato che la democrazia fosse un continuo processo di sviluppo e non una stagione. E invece ho dovuto ricredermi. La democrazia è un fatto e noi non siamo riusciti a governarlo». Così egli disse in una bella serata nella sua abitazione al Tritone, per la festa dei 90 anni, ma ha lottato fino alla fine, con una passione rara, perché i fatti smentissero quel fatto.

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