Mollicone, il giallo delle intercettazioni: come i carabinieri indagati scoprirono le cimici nelle loro auto

Lex comandante di Arce Franco Mottola sorprese i colleghi mentre installavano la microspia

Mollicone, il giallo delle intercettazioni: come i carabinieri indagati scoprirono le cimici nelle loro auto
di Vincenzo Caramadre e Pierfederico Pernarella
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Venerdì 10 Dicembre 2021, 07:55 - Ultimo aggiornamento: 12:37

I carabinieri indagati per l'omicidio di  Serena Mollicone scoprirono quasi subito che sulle loro auto erano state installate dai colleghi delle cimici per le intercettazioni ambientali. Lo ha riferito questa mattina il luogotenente Massimo Polletta davanti alla Corte d’assise di Cassino dove è in corso il processo sull'omicidio della ragazza avvenuto ad Arce nel giugno di venti anni fa. 

Polletta, rispondendo alle domande dei pubblici ministeri Beatrice Siravo e Maria Carmen Fusco, ha  ricostruito le indagini portate avanti nel 2016 con i colleghi della Compagnia dei carabinieri di Pontecorvo. Il luogotenente ha riferito che gli indagati (l'ex comandante dei carabinieri di Arce Franco Mottola, il figlio Marco, la moglie Anna Maria, il luogotenente Vincenzo Quatrale e l'appuntato Francesco Suprano accusato di favoreggiamento), vennero sottoposti a intercettazioni per circa un anno. Ma gli accertamenti incontrarono diversi problemi.

Nell'auto di Quatrale venne installata una cimice, ma la microspia venne trovata quattro giorni dopo mentre l'indagato si trovava nel piazzale antistante l'ex caserma dei carabinieri di Cassino. Per tale ragione la cimice due settimane dopo venne disattivata.

Episodio singolare avvenne anche con il maresciallo Franco Mottola. «Ci trovavamo a Teano (paese di origine di Mottola, ndr). Con l’escamotage di invitarlo in caserma - ha raccontato il luogotenente Polletta -  volevamo installare una cimice nella sua auto. Ma improvvisamente Mottola uscì dalla caserma e colse sul fatto i colleghi e i tecnici che stavano montando la microspia». 

Nel caso di Marco Mottola, invece, le intercettazioni, si sono rivelate inutili: «Stava sempre chiuso in casa e aveva pochi contatti», ha riferito sempre l'investigatore dell'Arma. 

Il mistero degli ordini di servizio che, assieme ad altri elementi, hanno portato a processo Marco, Franco, Anna Maria Mottola, Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano (accusato solo di favoreggiamento). 

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Nella scorsa udienza c'è stata la testimonianza di Rosa Mirarchi ex donna delle pulizie della stazione di Arce. La donna ha raccontato, come fatto nel corso degli anni dinanzi agli investigatori, particolari della sua attività nella sede della caserma, ma anche la presenza di una ragazza, un tonfo sentito provenire dall’alloggio dei Mottola e l’incontro con il maresciallo Franco Mottola sulle scale. Ma non ha saputo collegare gli eventi al giorno.

Dopo l’audizione della donna, lo zio di Serena, Antonio Mollicone ha parlato di verità più vicina. «Credo - ha detto - che la verità, soprattutto in questo processo che arriva a vent’anni dal fatto, si debba affiancare alla logica. Se un teste descrive una ragazza con particolare importanti come ha fatto la signora Mirarchi tanto da sembrare l’identikit di Serena, se dice di aver incontrato il maresciallo sulle scale e se colloca la porta nell’alloggio della famiglia Mottola, ci dice cose importanti. Importantissime. Le dichiarazioni rese in aula vanno apprezzate e ricollegate».

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