Mollicone, le foto choc in aula e il giallo delle impronte rimaste senza nome

Mollicone, le foto choc in aula e il giallo delle impronte rimaste senza nome
di Vincenzo Caramadre
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Sabato 27 Novembre 2021, 09:18 - Ultimo aggiornamento: 29 Novembre, 07:19

Il mistero dello scotch e l'impronta senza nome. Chi ha confezionato il corpo di Serena Mollicone utilizzando il nastro adesivo dopo l'omicidio ha agito a mani nude ed ha lasciato un'impronta digitale. Su questo aspetto, però, dopo vent'anni il mistero è destinato a rimare tale, perché l'impacchettatore del corpo della studentessa non è mai stato identificato. E non lo sarà.

Nel corso dell'udienza che si è tenuta ieri dinanzi alla Corte d'assise del Tribunale di Cassino sono state mostrate 27 impronte digitali quasi tutte parziali, tranne una particolarmente nitida riscontrata nella parte interna del nastro adesivo che teneva strette le gambe della vittima.

La ricrca senza esito

Ad illustrare la relazione è stato il maresciallo Roberto Gennari. In aula sono state proiettate le immagini choc del corpo di Serena subito dopo la rimozione dei nastri dalle braccia, dalle mani e dalla testa. Tanta la commozione sui volti dei familiari mentre sullo schermo scorrevano le foto, un atto doloroso, ma necessario per inquadrare la fase successiva alla morte della 18enne.

Proprio quei nastri adesivi, insieme ad altri reperti, nel 2001 sono stati passati sotto la lente dai carabinieri del Ris di Roma, ma delle impronte digitali ritenute utili non c'è corrispondenza con quelle degli imputati. E non solo. Le persone passate al setaccio sono state quasi 300, ma per nessuna di loro è emersa compatibilità con l'impronta.

Tra queste anche quelle di Antonio Palleschi, l'uomo condannato in via definita per l'omicidio di Gilberta Palleschi, la professoressa di Sora assassinata nel 2014, ma anche in questo caso l'esito è stato negativo. Ma potrebbe non finire qui.

La difesa della famiglia Mottola, infatti, è pronta a rinnovare la richiesta di comparare l'impronta isolata sul nastro e con quella di Tonino Cianfarani, il muratore di Sora morto nel 2020 e condannato per la morte di Samanta Fava, 38enne trovata murata in una cantina di Fontechiari. Tra i reperti analizzati anche il telefono della studentessa, dove sono state trovare, invece, solo le impronte di Guglielmo Mollicone. Sulla tesina e sui libri sequestrati sul luogo del ritrovamento del corpo, invece, c'è un'impronta di un bambino anch'esso mai identificato.

La frattura cranica

Ricostruiti poi gli aspetti medico-legali eseguiti nel 2001 e nel 2002 dal professor Ernesto D'Aloja. Nella relazione il medico-legale ha collocato la morte della ragazza la sera del primo giugno 2001 e subito sarebbe stata trasportata nel boschetto di Fonte Cupa a Fontana Liri. A causare il decesso, invece, sarebbe stato un colpo molto forte ricevuto contro un corpo fermo e liscio, che ha prodotto una triplice frattura cranica.

La porta, a specifica domanda del pm Beatrice Siravo al consulente, è stata ritenuta l'arma del delitto, o meglio il corpo contundente contro il quale sarebbe stata spinta Serena. «La vittima ha spiegato poi D'Aloia non presentava segni di colluttazione difensiva ed ha urtato contro un corpo liscio». Il consulente già nel 2001 chiese la riesumazione del cadavere di Serena per analizzare l'ecchimosi riscontrata sotto l'orecchio sinistro, ma non venne accordata.

È stata affrontata anche la questione dei reperti, organi genitali e altre parti del corpo della studentessa, andati persi a causa di una cattiva conservazione. «Mi assumo la responsabilità morale di quello che è successo, ma dal 2005 non sono più nella struttura di riferimento, sono passato ad altro incarico». Infine è stato ascoltato il botanico che ha analizzato i licheni trovati sul corpo di Serena con quelli presenti sul luogo del ritrovamento e ritenuti compatibili.
 

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