Egoismi fiscali/La pretesa autonomista e i rischi per la ripresa

Mercoledì 23 Settembre 2020 di
Le analisi post voto hanno consentito a tutti gli schieramenti di “pescare” dalla pluralità dei risultati il loro pezzo di vittoria. Il Partito Democratico ha tenuto oltre ogni aspettativa, la Lega e Fratelli d’Italia rallentano la loro corsa ma non la interrompono guadagnando un’altra Regione. I Cinquestelle festeggiano il risultato del referendum e anche i centristi di Renzi e Calenda, nonostante percentuali minime, provano a rivendicare il loro contributo alla vittoria di Giani in Toscana. 

In realtà queste elezioni ci lasciano un messaggio, al di là dei tatticismi di breve periodo, piuttosto chiaro: se da un lato si rafforzano i Presidenti delle Regioni, dall’altro risultano ulteriormente indeboliti i partiti nazionali. Le liste personali di Toti, De Luca, Zaia ed Emiliano contribuiscono in maniera determinante alle vittorie elettorali, a volte superando le stesse liste dei partiti di appartenenza. 

Un fenomeno già avvenuto in passato nel Nord, caratterizzato da un regionalismo più compiuto, ma che per la prima volta si estende con grande forza a due grandi regioni meridionali, la Puglia e la Campania. Tale novità va collocata nel momento difficile di un Paese stremato dalla pandemia e impegnato in un difficile progetto di ricostruzione, sostenuto dalle ingenti misure europee previste dal piano Next Generation. 

Un piano che, secondo le direttive dell’Europa, dovrà aggredire le croniche inefficienze e tendere a riassorbire i divari interni resi più ampi dalla crisi, all’interno di un progetto unitario di ripresa economica e di coesione sociale. 

Le dichiarazioni del giorno dopo del presidente veneto Zaia confermano invece la volontà di proseguire, sulla spinta del consenso popolare, nella battaglia per un’attuazione celere dell’autonomia differenziata. Riproponendo quel modello di federalismo basato sull’egoismo fiscale già miope nella fase di crescita asfittica pre-crisi ma ancora più distonico in questa fase di rilancio che non può prescindere dal contributo di tutte le aree del Paese. Il modello regionalista “alla padana” rischia ora di essere riproposto anche nella fase di attuazione del Recovery Fund, con la richiesta già ventilata di una ripartizione territoriale ex ante delle risorse per investimenti mettendo a rischio l’obiettivo stesso del piano europeo di coniugare equità e crescita.
Rispetto a questo scenario i due governatori del Sud forti del consenso personale sono posti di fronte ad una pericolosa tentazione. Utilizzare il loro maggior potere contrattuale per disegnare strategie regionali di rilancio che massimizzano le risorse disponibili per la loro regione, staccate da un progetto comune di rilancio del Mezzogiorno e quindi del Paese. In altre parole, la tentazione è riproporre da Sud il modello individualista emiliano-lombardo-veneto senza un disegno nazionale volto a rimuovere le assai più difficili condizioni di partenza, soprattutto sul fronte dell’offerta di servizi (dalla scuola, alla sanità, alle ferrovie). Non sarà così se Emiliano e De Luca, forti del consenso costruito anche con la capacità di dare riposte ai cittadini nelle fasi difficili della pandemia, riconosceranno invece l’opportunità che si apre per aumentare “in alleanza” la capacità di incidere sulle scelte strategiche che il Governo dovrà assumere nei prossimi mesi.
Al di là dei rischi di una deriva elettorale che ha manifestato i vecchi difetti della ricerca del consenso dei portatori di interesse locale, Campania e Puglia possono portare ai tavoli nazionali anche le proprie esperienze amministrative positive (si pensi alla politica per l’innovazione della Regione Campania finanziata dai fondi europei) e soprattutto il potenziale di crescita di un tessuto industriale che in alcune filiere produttive (dall’aerospazio alla cantieristica, dalla logistica all’agroalimentare) ha mostrato una resilienza nella lunga fase di crisi; filiere che possono contribuire significativamente al rilancio del Paese.
La politica italiana, locale e nazionale, è in definitiva di fronte ad un bivio: cedere alle derive localiste e assecondare il neo sovranismo regionale ripercorrendo la strada percorsa nell’ultimo decennio che ha finito per ampliare le distanze tra i territori indebolendo tutti, aree forti e deboli, nei confronti del resto dell’Europa, oppure utilizzare la straordinaria occasione dell’investimento europeo per riequilibrare le condizioni di partenza, rimuovendo le inaccettabili differenze nell’offerta di servizi ai cittadini e nelle condizioni in cui operano le imprese. 
Una battaglia politica, fatta di concretezza e di capacità amministrativa, che riguarda in primo luogo il Governo ma al quale anche i neo-governatori sono chiamati, superando il particolarismo, a dare un contributo. Attenzione, per il Mezzogiorno potrebbe essere l’ultima chiamata.
Ultimo aggiornamento: 00:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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