Baby violenti, Ammaniti: «Giovani,senza una guida cercano il branco: disagio crea aggressività»

nella foto lo psicologo Massimo Ammaniti
di Cristiana Mangani
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Mercoledì 19 Gennaio 2022, 11:50

È come se vivessero in una continua guerra: picchiano, accoltellano, nemici uno dell’altro. Massimo Ammaniti, psicologo dell’età evolutiva, parla di disagio, di mancanza di empatia, ma anche di famiglie e scuole che, questa generazione di adolescenti, sembrano proprio averla abbandonata.

Professor Ammaniti, perché tutta questa violenza tra i ragazzi? «Tradizionalmente noi sappiamo che in adolescenza, mentre le ragazze hanno dei disturbi che chiamiamo “internalizzanti”, i ragazzi hanno disturbi “esternalizzanti”. Nel primo caso vuol dire che sviluppano problemi più psicologici interni, come stati di ansia, depressione, fobia, anoressia, difficoltà che riguardano la dimensione psicologica. Mentre i maschi esprimono il loro disagio attraverso difficoltà di comportamento, soprattutto di opposizione, aggressivo e violento».

E questo che comporta? «Uno degli elementi più evidenti è che tra le ragazze c’è un tasso di tentativi di suicidio molto alto, mentre nei ragazzi è decisamente più limitato, proprio perché i maschi mettono in atto dei comportamenti più rigidi, con dei meccanismi di difesa che si manifestano nel prendersela con gli altri, nel riunirsi in bande che aggrediscono le persone più deboli, gli anziani, attaccano anche figure di autorità e le ragazze stesse».

Quali le cause? «Non riconoscono il disagio che stanno vivendo e sono portati a trasferire sugli altri le loro fragilità, aggredendo le figure che personificano tutto questo. È un modo per sentirsi forti, invulnerabili, per negare qualsiasi sofferenza personale».

Episodi del genere non sono nuovi, ma il Covid quanto ha pesato sugli adolescenti? «Gli ultimi due anni sono stati abbastanza pesanti. L’adolescenza ha precise abitudini, rituali. Ha bisogno di una organizzazione sociale e familiare. È un po’ come se i ragazzi e le ragazze abbiano perso una direzione di sé. D’altra parte hanno vissuto nell’isolamento, con la didattica a distanza, sono mancate le esperienze fondamentali di maturazione e di crescita. E noi sappiamo che il cervello degli adolescenti è un cervello estremamente sensibile agli stimoli sociali, ne ha bisogno per maturare».

Famiglia e scuola che responsabilità hanno? «Moltissime. I genitori hanno perso la funzione di guida, tanti giovani provengono da famiglie disgregate. E anche chi appartiene a fasce sociali non emarginate, ha a che fare con padri e madri che hanno perso la capacità educativa. Sono abbandonati a loro stessi e manifestano la solitudine in gruppi antisociali, dove la violenza oscura tutte le altre possibilità di relazioni. Stessa cosa nelle scuole, dove buona parte degli insegnanti si preoccupa più di interrogare, che di farli parlare».

Da qui la necessità di un gruppo? «Questi comportamenti mi fanno pensare alla rivoluzione bolscevica quando ci fu la disgregazione sociale e i giovani si misero in gruppi per cercare di sopravvivere. E anche oggi i giovani che non dialogano con gli adulti formano dele bande, non hanno riferimenti e sviluppano comportamenti antisociali».

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