Orvieto, anche Elena, giovane psicologa chiede risposte dal Governo: «Tirocinio abilitante anche per noi»

Martedì 2 Giugno 2020 di Monica Riccio
“Cinque anni di studi accademici, circa quaranta esami, seguiti da un di tirocinio professionalizzante (rigorosamente non retribuito). Ma a quanto pare questo non basta per dimostrare che siamo pronti ad entrare del mondo del lavoro come invece è successo per medici ed infermieri.”

E' una protesta ormai poco silenziosa quella che i giovani laureati in psicologia hanno indirizzato al Ministro Roberto Speranza, titolare del dicastero Salute, e in special modo al collega Gaetano Manfredi, che siede invece su quello della Università e Ricerca. Nell'anno della pandemia, chi di loro avrebbe dovuto affrontare l'esame di stato per ottenere la tanto sospirata abilitazione professionale – in Italia sono circa seimila – si ritrova invischiato in una procedura che nulla ha di chiaro, e soprattutto nulla sembra avere di equo.

“Non ci sentiamo tutelati dalle Istituzioni che dovrebbero rappresentarci, prima tra tutte il Ministero dell’Università e della Ricerca” - afferma il comitato spontaneo che sta cercando di portar avanti le istanze di tutti. Per ottenere l’abilitazione è necessario superare l’esame di stato che si tiene due volte l’anno con una prima sessione a Giugno e la seconda nel mese di Novembre. “Questo poderoso esame – spiegano i neo laureati in psicologia - si compone di quattro prove, e ha una durata di diversi mesi, dal momento che per accedere alla prova successiva è necessario il superamento di quella precedente. In questi mesi di emergenza sanitaria, dovuta alla pandemia di Covid-19, sono state prese diverse decisioni politiche in merito allo svolgimento di tali esami, purtroppo senza mai considerare la nostra opinione, fino ad arrivare alla decisione di far svolgere ai candidati un colloquio unico, in teleconferenza (costo per candidato circa 400 euro per una sola sessione). Ci siamo dunque radunati sotto un’unica egida chiedendo che il nostro esame di stato venisse tramutato nel riconoscimento del tirocinio professionalizzante, così come era stato fatto per i medici tramite il Decreto Legge “Cura Italia” nel mese di Marzo, essendo professioni sanitarie e in quanto sappiamo bene che l’abolizione degli esami di abilitazione risulterebbe anticostituzionale (art. 33 comma 5). Ma nessuno ci ascolta, dai parlamentari a cui ci siamo rivolti, meno che mai i ministri Manfredi e Speranza e non siamo tutelati nemmeno dall'Ordine professionale.”

La prova unica dovrebbe essere quindi svolta dai vari atenei italiani e si precisa che “qualora, durante l'esame, venisse meno la connessione, la promozione o meno del candidato sarebbe a giudizio della commissione”. “Abbiamo più e più volte cercato un dialogo per dimostrare che le barriere tecnologiche purtroppo esistono e che spesso creano disuguaglianze nel nostro Paese – dice il comitato - ma anche in questo caso siamo stati ignorati. Siamo arrivati a un punto di sopportazione nel quale non abbiamo paura a intraprendere ricorsi legali qualora queste dovessero rimanere le disposizioni finali, sia nei confronti delle singole Università che nei confronti dei commissari esaminatori. Non è possibile che veniamo esaminati in una simile maniera, nella quale il potere decisionale in merito al nostro futuro sia completamente nelle mani delle commissioni esaminatrici.”

Tra i seimila quasi-psicologi c'è anche Elena, orvietana, 26 anni, che sta tentando in tutti i modi, anche con la piena adesione al gruppo di protesta, di arrivare alla abilitazione. “Ho iniziato il mio percorso di studi nel 2014 conseguendo la laurea triennale in scienze e tecniche psicologiche presso una università romana. Durante gli ultimi mesi della triennale ho iniziato a studiare per i test d’ingresso per la magistrale, sono entrata a Padova, a Torino e a Milano. Ho scelto Milano – spiega - perché rispecchiava ciò che avrei voluto fare da grande: “aiutare i più piccoli nell’inquadramento diagnostico, fornire loro un percorso riabilitativo individualizzato e dare sostegno alle loro famiglie”. Ho studiato 5 anni, ho svolto un tirocinio pre-laurea di 350 ore, un’esperienza che mi ha toccato da vicino dove ho potuto “toccare con mano” il mondo dell’autismo. Come prescrive l'iter richiesto per l'accesso all'esame di stato, dopo la laurea ho iniziato un tirocinio di 1000 ore, non retribuito, anzi devo pagarmi io le varie assicurazioni, in un grande ospedale lombardo. Lo sto svolgendo da ottobre, ma da marzo l’ospedale per il lockdown ha messo tutti i suoi tirocinanti in sicurezza permettendo però di continuare a lavorare da casa: colloqui, osservazioni gioco, sostegno alla genitorialità, progetti di ricerca, teleriabilitazione, scrittura articoli e approfondimenti. Un’ impalcatura lavorativa eccezionale. Fra qualche mese il mio tirocinio sarà finito.”

E le incertezze regnano sovrane, i giovani laureati in psicologia sembrano essere in balia degli emendamenti e dei provvedimenti. “Siamo una professione sanitaria – spiega Elena - della quale tutti dicono ci sia un grande bisogno per far fronte all’emergenza psicologica post covid-19 e alle conseguenze che questa chiusura ha portato, ma purtroppo, a quanto pare, non tutte le professioni sono uguali. L'unica certezza che ho è che rifarei tutto comunque, rifarei tutti i sacrifici perché aiutare l’altro, i più piccoli è quello che mi spinge a continuare a lottare, ma c’è bisogno che si faccia chiarezza e che qualcosa in questo momento di cambiamento, cambi davvero.”

"Giovedì 4 Giugno, dalle ore 15 - dicono dal comitato nazionale - saremo in piazza davanti a Montecitorio, nel rispetto di tutte le normative vigenti in materia di distanziamento sociale e prevenzione al Covid-19, assieme a tanti praticanti avvocati, giovani laureati e laureate e tanti studenti e studentesse dei corsi di laurea cosiddetti professionalizzanti: Psicologia, Biologia e Biotecnologie, Veterinaria, Odontoiatria, Chimica, Ingegneria, Architettura, Economia tra le altre."



  Ultimo aggiornamento: 21:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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