Scudetto Roma, Carlo Zampa: «Il terzo gol di Bati al Parma come una liberazione. Era fatta»

Roma, Carlo Zampa ricorda lo scudetto del 2001: «Ansia e liberazione, riscattammo 18 anni di attesa»
di Alessandro Catapano
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Martedì 15 Giugno 2021, 20:47 - Ultimo aggiornamento: 16 Giugno, 10:43

Minuti finali di Roma-Parma, Batistuta ha appena segnato il terzo gol, il gol che spazza via le ultime incertezze, l’uomo al microfono ripete come un mantra: «Stavolta è fatta veramente». Nella memoria del tifoso, quelle quattro parole segnano la liberazione, la liberazione da una prigionia, Dino Viola nel 1983 l’aveva definita la «prigionia del sogno». Il sogno di vincere lo scudetto.

L’uomo al microfono si chiama Carlo Zampa, e anche a distanza di venti anni non ha bisogno di presentazioni. Nel romanzo di quello scudetto, ma forse di quell’epoca favolosa, anche lui ha un ruolo da protagonista. Radiocronista e, soprattutto, speaker dello Stadio Olimpico. Allora, l’unico in Italia a coinvolgere il pubblico nell’annuncio delle formazioni in campo. Uno spettacolo nello spettacolo, anche il Times gli dedicò un articolo.

Carlo Zampa, in quelle quattro parole, «stavolta è fatta veramente», cosa c’era?

«Tutta la gamma di sentimenti: paura, ansia, liberazione, riscatto dopo 18 anni di attesa. Una settimana prima, era già tutto pronto, anche il palco a San Giovanni dove avremmo festeggiato, poi arrivò quel 2-2 a Napoli che rimise tutto in discussione. Ricordo il ritorno in aereo con la squadra, non volò una mosca. Peraltro, rischiammo fino all’ultimo di perderlo con quella folle invasione: quando vidi uno aggrapparsi alla traversa mi attaccai al microfono. Il giorno dopo lo ricordò anche Mimmo Ferretti su Il Messaggero».

Quello scudetto cominciò a prendere corpo con l’acquisto di Batistuta?

«Certo, ricordo la presentazione: venni richiamato dalle ferie. Quel giorno vennero presentati anche Emerson e Samuel, altri due tasselli fondamentali. Fu un grande atto d’amore di Franco Sensi, che poi pagò in termini economici. Quell’uomo aveva avuto tutto dalla vita, ma gli mancava quella vittoria».

Bimbo de oro, Re Leone, Aeroplanino, Pendolino, Anima candida... non c’è bisogno di specificare a chi erano dedicati, a distanza di vent’anni i suoi soprannomi sono ancora celebri...

«È un grande orgoglio, a me sono venuti tutti spontanei. Del resto, mio padre era trasteverino e chiamava tutti per soprannome, anche mia madre: era una dimostrazione d’affetto. Sono felice che sia stato così anche per i giocatori. Cafu recentemente si è firmato Pendolino, per non parlare di Damiano Tommasi che ha chiamato Anima candida uno dei suoi vini. Qualcosa di buono l’ho fatto».

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Quello a cui sei più legato?

«È scontato dire Bimbo de oro, l’affetto che ho per Totti è immenso, va oltre la sfera calcistica. L’ho detto spesso: Francesco è sempre stato più importante di Totti, la sua famiglia mi ha dato tanto. Dopo di lui, Batistuta e Montella se devo indicare due protagonisti di quella stagione. Ma era una squadra straordinaria».

Quali furono le svolte di quel campionato?

«A Parma dove vincemmo con la doppietta di Batistuta sotto i nostri tifosi. E poi il 2-2 a Torino con la Juventus, non riconobbi subito che aveva segnato Montella, non capii più nulla, eravamo tutti impazziti. Ricordo che la principale tv giapponese per festeggiare la prestazione di Nakata aprì con l’immagine dei tifosi che a fine partita festeggiavano quel pareggio come se avessero vinto lo scudetto. E in effetti fu così».

Come nacque l’idea di fare lo speaker?

«Sono stato il primo a farlo in Italia, fu un’intuizione di Franco Sensi, che non voleva più lo speaker che c’era, oltretutto un tifoso della Lazio. Il pubblico diventò protagonista assoluto, fu una grande innovazione».

Lo Special One per Mourinho va bene o ha dei suggerimenti?

«Per carità, va benissimo. Un grande segnale di forza e programmazione, i Friedkin hanno capito tutto e stanno ponendo le basi per tornare a vincere, ne sono convinto».

 

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