Scudetto Roma, una stagione da eroi. Totti, Batistuta e... Paolo Negro: il racconto della cavalcata

Da Totti e Batistuta a Tommasi e... Negro: così è nato lo scudetto del 2001
di Alessandro Angeloni
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Martedì 15 Giugno 2021, 20:45 - Ultimo aggiornamento: 16 Giugno, 17:48

Una cavalcata infinita, a lieto fine. Cominciata con una contestazione (dopo l’eliminazione in Coppa Italia dall’Atalanta) e terminata con un’invasione (da brividi, si è rischiata la sconfitta a tavolino all’ultima giornata, Roma-Parma). Tremori in principio e alla fine, con le urla di Capello che si sentono ancora oggi, a distanza di vent’anni. La Roma è questa, soffre, vince. Poco, ma quel poco resta infinito e i vincitori sono eroi, proprio perché i successi sono eccezioni. L’eccezione resta, la normalità si confonde.

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La premesse sono ottime, ecco Batistuta, il bagno di folla della Sud ad accoglierlo come un Messia, qualche settimana dopo lo scudetto della Lazio, è come un reset. Ricominciamo. Ricominciamo dal Re Leone, che mangia gli avversari, anche se il ginocchio scricchiola parecchio. Ci sono Emerson, Samuel, i rinforzi che Capello aspettava per credere nel miracolo. Anche se con quella squadra di uomini non si può parlare solo di miracolo. Poi Emerson si fa male a metà agosto, il dramma. Addio sogno. Anzi no, c’è Zanetti, che fa l’Emerson e anche di più. Batistuta che traina con i suoi gol, le lacrime per la rete alla “sua” Fiorentina, la bordata al Verona, la doppietta di Parma il 4 febbraio del 2001, ultima del girone di andata, sugli assist di Aldair e Samuel. Lì, al Tardini, l’abbraccio tra Bati e Capello: forse ce la facciamo. Un forse che appare più sicuro, la domenica successiva, dopo la vittoria di Bologna (1-2, prima giornata di ritorno, Emerson finalmente titolare), ma la festa resta strozzata per la scomparsa del giovane Niccolò Galli il giorno prima della gara. 

Manca ancora un girone e, se non bastano i punti presi a Brescia, con la Fiorentina, con il Napoli e a Bergamo, non pesa neanche il pareggio in casa con la Juventus e non è drammatica nemmeno la sconfitta a San Siro contro l’Inter, quando Capello capisce che lo scudetto è nelle loro mani: «Sarò matto, abbiamo perso, ma oggi ho capito che vinceremo». La squadra è con lui, divisa nell’amicizia ma un tutt’uno in campo. Le frizioni tra il tecnico e Montella frenano ma non fermano la cavalcata. Forse stimolano, perché Don Fabio ottiene il meglio da Vincenzino, decisivo nella seconda parte di stagione con le reti a Udine, contro il Milan (splendido pallonetto a Seba Rossi) in Roma-Reggina, contro l’Atalanta in casa, e a Roma-Parma, l’ultimo atto, quello dell’urlo e della festa infinita. La vittoria nasce dal principio, apre Totti (Roma-Bologna) chiude Batistuta (Roma-Parma). Qualche piccola caduta, ci sta, come detto a Milano con l’Inter, a Firenze nel bel mezzo del cammin, quando si giocò di lunedì e i tifosi della Roma scrissero “siamo tutti parrucchieri”, presentandosi al Franchi in seimila e anche di più.

 

Nakata è l’uomo della provvidenza, in mezzo ai tanti campioni che hanno trainato i giallorossi alla vittoria. Lui, il gol a Torino con la Juve, quello della speranza, quello che apre al 2-2 di Montella, il risultato che tranquillizza il mondo romanista. Stavolta è tutto vero, i bianconeri restano a distanza, quando mancano cinque giornate alla fine. La Roma, dopo il pari con la Juve, gioca con Atalanta (entra Nakata allo stesso minuto di Torino, sempre al posto di Totti, anche la scaramanzia ha giocato il suo ruolo), a Bari (già retrocesso, esodo dei tifosi della Roma al San Nicola), poi Milan in casa (1-1, Capello “salvato” dal nemico Montella) e infine Napoli (2-2, la grande illusione, lo scudetto si poteva vincere al San Paolo) e Roma-Parma, la grande festa, con l’arbitro Braschi che ha tenuto in pugno una situazione che stava degenerando, con l’invasione pericolosa dei tifosi della Roma, presenti in più di ottantamila all’Olimpico.

Nel frattempo è tornato Emerson, che resterà un grande comprimario, così come Assunçao e Zanetti. Tutti a loro modo decisivi, così come Mangone, Zebina, Zago, Aldair. Poi ci sono le eccellenze, da Totti a Bati, da Montella a Delvecchio, da Tommasi (straordinario per tutta la stagione, resta nella memoria l’immagine della sua esultanza, dopo il gol, sotto il diluvio di Bergamo) a Di Francesco. Sotto la guida di Capello, il condottiero che - per dirla alla Sensi - piaceva al Palazzo. Ma su questo scudetto, il Palazzo c’entra poco. Personaggio finale (ma non ultimo) da menzionare, decisivo come tanti altri: Paolo Negro. Lui l’autore dell’autogol nel derby di andata, vittoria della Roma. Sorrisi di Capello. Il destino si è scritto lì, quella sera del 17 dicembre, al tramonto del 2000. Notte fredda ma calda. Ancora oggi.

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