La Contrafatto: «Voglio vincere anche per l’Afghanistan»

Monica Contrafatto, bersagliera italiana
di Giacomo Rossetti
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Giovedì 26 Agosto 2021, 07:30

Da quando perse la gamba destra per un colpo di mortaio in Afghanistan, il 24 marzo 2012, Monica Contrafatto non ha fatto altro che correre. Già, perché la bersagliera italiana – quarant’anni, bronzo alle paralimpiadi di Rio 2016 nei 100 metri T42 - ha sfruttato a suo vantaggio un dramma che avrebbe spezzato chiunque. Se prima serviva l’Italia da militare, ora lo fa da sportiva. E a Tokyo va per prendere una medaglia, possibilmente gialla.
Monica, la seconda Olimpiade ha lo stesso sapore della prima?
«Diciamo che ho un po’ d’ansia (ride, ndr). A Rio arrivavo con l’incoscienza di chi aveva disputato solo un Mondiale. Quindi c’era la voglia di vincere, ma anche tanta inconsapevolezza. A Tokyo se dovessi sbagliare potrei perdere qualcosa, quindi la tensione prima del debutto la vivo bene, ma non benissimo».
Oltre a lei c’è la campionessa Martina Caironi e la baby prodigio Ambra Sabatini: il sogno di vedere tre medaglie azzurre in finale può diventare realtà?
«Il mio augurio è che sul podio, invece che due bandiere diverse come a Rio, svolazzino tre tricolori uguali. Vorrebbe dire aver portato in alto i colori dell’Italia».
Che rapporto ha con le connazionali della velocità?
«Martina è diversissima da me: pacata e razionale, io invece dico tutto ciò che penso. Ambra la conosco ancora poco, potrebbe essere mia figlia. Tra di noi non siamo amiche perché non usciamo insieme, ma ci stimiamo molto e siamo avversarie solo in gara».
Quale è il suo atleta paralimpico preferito?
«Io sono una grande fan di un tedesco che fa salto in lungo, Markus Rehm. Oltre a essere fortissimo… è troppo bello!». 
Non sono Giochi senza villaggio. Ma in tempo di Covid, cosa cambia?
«Quest’anno sarà diverso sicuramente, a Rio sembrava di stare dentro a una grande famiglia. Quello che temo è il rischio di contagiarsi nel villaggio e non gareggiare». 
Progetti per il dopo Paralimpiadi?
«Penso di andare in vacanza almeno due settimane con una mia amica, al mare in Puglia: non ci sono mai stata, dicono sia bellissimo. Speriamo non diluvi... Poi amo l’America, in particolare ho adorato New York: così suggestiva, anche quando nevica ed è gelida. Sembra di stare dentro a “Sex and the city”».
L’assenza dell’Afghanistan ai Giochi che effetto le fa?
«Come tutti, mi dispiace per quello che sta accadendo lì. Spero di vincere una medaglia, nel mio cuore rappresento sia l’Italia che l’Afghanistan. Io quelle persone le ho conosciute: gente buona, che spesso ci ha salvato la pelle dicendo dove erano piazzati degli ordigni. Mi dispiace che il paese venga descritto come un posto bruttissimo, i cattivi si trovano ovunque».
L’esperienza che ha vissuto lei non si può dimenticare...
«Il mio cuore è ancora là. Devo ringraziare l’Afghanistan e sì, anche i guerriglieri che mi hanno portato via una gamba, perché mi hanno regalato una nuova vita. Non è che quella di prima non mi piacesse, ma quel Paese mi ha aperto un nuovo mondo».
Che effetto le ha fatto vedere le immagini dell’aeroporto di Kabul?
«Mi si è spezzato il cuore. Non so se per me l’effetto era doppio perché ho vissuto l’esperienza in missione. Sono stata male per quelle scene, ci ho pensato giorno e notte. Poi sono partita e ho smesso di guardare la tv per evitare di distogliermi dal pensiero della gara».
Il popolo afghano ha sofferto tantissimo nella sua storia: che tipo di persone sono?
«Erano riconoscenti per qualsiasi cosa facevamo per loro. Se donavi ai ragazzini un po’ d’acqua e una brioche ti ringraziavano come se fosse una Playstation. Oppure i medicinali: bastava dare una tachipirina per far sfebbrare un bambino, e i genitori ti guardavano come se avessi fatto un miracolo. Per loro è la normalità, come può essere il lusso per la regina Elisabetta».
Come era vista, anzi è vista, l’occupazione militare straniera dalla gente comune?
«Bene: capivano che eravamo venuti per dar loro una mano. Portavamo aiuti umanitari, costruivamo scuole ponti, erano loro che ci cercavano, noi non eravamo lì a fare missioni di guerra, ma operazioni di pace».
Pensa che ci possa essere pace un giorno per l’Afghanistan? E se sì, tramite quale strada?
«La strada non la conosco, ma spero proprio di sì, se lo meriterebbero».
Il momento più emozionante prima di una gara?
«Arrivare ai blocchi di partenza: è un misto di “me la sto facendo sotto” e “sono gasatissima”. Non capisci niente, poi arriva lo sparo e tu corri come un pazzo e ti scordi tutto».
Per lo sport italiano questa è un’estate magica.
«Speriamo di concluderla bene. Le Paralimpiadi sono iniziate col botto, l’obiettivo è finirle ancora meglio».

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