Achille Lauro presenta il nuovo disco: «X Factor? Ancora non so nulla»

Venerdì 12 Aprile 2019 di Marco Molendini
Il “1969” di Achille Lauro: «Sbarco sul pianeta rock». Esce oggi il nuovo disco dell'artista romano

Un disco felice e disperato, che luccica di citazioni, brilla di ritmi, brucia come può bruciare la vita di un ragazzo che viene dalla periferia abbandonata: «Le nostre vite ai margini tu non le immagini», canta in Roma, pezzo dedicato alla sua città, e fantastica «voglio una villa come il Colosseo» in Je t’aime, dove duetta con Coez. Achille Lauro non si fa ammorbidire dal successo, che pure gli è piovuto addosso a 28 anni dopo il Sanremo di Rolls Royce: continua a sognare cabrio, Cadillac, Porsche, Elvis e Jim Morrison, una vita spericolata, evoca Lucifero, suggerisce esistenze perdute e amori disperati : «Finiscimi... tradiscimi... zittiscimi», implora C’est la vie, come titola il singolo che ha anticipato l’uscita del nuovo disco 1969, in cui le chitarre dominano in un zig zag fra punk e hip hop.

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Lauro, perché quel titolo: 1969.
«Nel ‘69 ci sono stati lo sbarco sulla luna e Woodstock. È stata per l’umanità l’epoca più importante a livello creativo, un periodo di libertà in cui si facevano dischi che vendono ancora oggi. Rispecchiano tutto ciò a cui mi ispiro. Assurdo, il caso: anche Sanremo, che mi ha dato tanta visibilità e nuova popolarità era alla sua sessantanovesima edizione».

Il successo del Festival l’ha spinta a cambiare qualcosa nel disco?
«Dodici ore dopo la botta di Sanremo ero barricato in studio. Non mi interessava cavalcare l’onda, anche se i pezzi erano lì da almeno un anno e mezzo. Ho sempre lavorato come un operaio, cercando il successo. Mi interessava, però, come all’Ariston, liberarmi dell’etichetta trap. Io sono un outsider, mio fratello chitarrista mi ha fatto fare una full immersion nel punk vecchio e nuovo, ma ascolto tutto dai cantautori ai più giovani interpreti».

Tornando al successo, avrà ricevuto un sacco di proposte: ora viene data per certa la sua presenza a X Factor.
«Sarebbe bello, ma ancora non so nulla. Sarebbe il mio lavoro, visto che come management mi occupo di altri artisti. Comunque non sarà la tv a cambiare la mia vita».

Che è già cambiata molto, grazie alla musica. 
«Faccio musica da sempre. A 14 anni vivevo con mio fratello in una comunità di musicisti».

I ricordi della sua vita in periferia sono molto presenti.
«Le mie canzoni sono piccoli racconti, ovviamente Roma, dove sono cresciuto, è protagonista. È una grande città malgestita, ti lascia un senso drammatico di abbandono. Penso a Corviale dove 10, 15 anni fa vennero spostate le persone che vivevano in centro nelle case popolari dicendo rientrerete. Invece sono ancora lì». 

Quel senso di abbandono, di disperazione nei suoi pezzi è in forte contrasto con le tante evocazioni del lusso.
«Quei riferimenti sono la voglia di liberarsi delle preoccupazioni, non di arricchirsi». 

Ci torna mai nel suo quartiere?
«Ci sono tutti i miei amici. Ma mi dispiace vedere i ragazzi che a 30 anni non hanno nulla in mano, non sanno che fare e poi si fanno cazzate».

Lei, invece, ce l’ha fatta.
«Sono stato fortunato, ma nel mio quartiere sono usciti anche Coez, Noyz Narcos, Gemitaiz. Penso che l’arte in grande misura nasca proprio a Roma, per i suoi malesseri». 
 

Però si è trasferito a Milano.
«Da due anni, per lavoro. La vita a Milano è più frenetica, non c’è quel senso di vuoto».

Superate le polemiche sanremesi su “Rolls Royce”, accusato di essere un inno alla droga?
«Ci sono rimasto male per questa gogna mediatica. È un grosso problema che io conosco bene, ma va affrontato non superficialmente a livello educativo: gli artisti non sono educatori».

C’è grande attesa per questo disco. 
«Quello che deve arrivare arriverà. Ma penso soprattutto ai concerti, la dimensione rendo di più. Saranno un evento. Queste canzoni nascono per il live e la musica è fatta per essere cantata con la gente». 
 

Ultimo aggiornamento: 19:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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