Premio Campiello, Elettra Solignani, 18 anni, vincitrice della Sezione Giovani

Sabato 15 Settembre 2018 di Andrea Velardi

Al Museo Correr di Venezia si è tenuta la conferenza stampa di presentazione della 56ª edizione del Premio Campiello, condotta da Giancarlo Leone, grazie alla collaborazione tra Fondazione Il Campiello e Fondazione Musei Civici di Venezia  e grazie a Intesa Sanpaolo, partner della 23^ edizione del Campiello Giovani, il concorso riservato ai giovani tra i 15 e i 22 anni. Lo vince Elettra Solignani, 18 anni di Verona, con il racconto dal titolo “Con i mattoni. Gli altri concorrenti erano Alma Di Bello, 18 anni di Blevio (CO) con il racconto Blackout, Vincenzo Grasso, 20 anni di Catania, con il racconto Bestiario familiare, Alessio Gregori, 21 anni di Monterotondo (RM) con il racconto Feromoni, Lorenzo Nardean, 20 anni di San Donà di Piave (VE), molto applaudito e vitale, con il racconto Natura morta. Elettra Solignani segue l’elenco dell’alfabeto, creando “il ritmo spezzato delle voci di un piccolo glossario dell’abisso” che descrive l’immergersi di una ragazza in una dieta che diventa, lentamente, una discesa agli inferi”. 

Presente la cinquina dei finalisti del Premio Super Campiello di cui sarà proclamato il vincitore nel corso della serata al Teatro della Fenice. Il Presidente della Fondazione Campiello e di Confindustria Veneto Matteo Zoppas, ringrazia il presidente della Giuria Carlo Nordio, gli sponsor tra cui Eni, Ficantieri, Intesa San Paolo, Tiffany, ricorda il motto americano per cui “si sbaglia almeno tre volte prima di avere un successo” incitando i giovani a credere nel merito e nel confronto. Riprende l’invito ad aumentare l’attenzione ai giovani del Ministro della Cultura Alberto Bonisoli, che sarà presente stasera al Teatro La Fenice,  insieme al Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati: “Abbiamo creato un marchio forte, un premio letterario straordinario,  ma non è il nostro core business, siamo aperti ad ogni tipo di consiglio e non vediamo l’ora di sederci ad un tavolo con il ministro Bonisoli per capire cosa possiamo fare di meglio per il futuro della cultura e dei giovani. Indipendenza e trasparenza sono i valori fondanti del premio perché il premio acquisti maggiore autorevolezza”.

Il Premio Fondazione Il Campiello alla carriera è attribuito a Marta Morazzoni, già vincitrice di due Premi Selezione Campiello nel 1988 con L'invenzione della verità, nel 1992 con Casa materna, nonché del Premio Campiello nel 1997 con Il caso Courrier. La sua prima raccolta di racconti La ragazza col turbante, 1986, ispirata alla Monna Lisa olandese di Vermeer, ebbe un clamoroso successo di critica e di pubblico e l’ha imposta quale narratrice scenografica e introspettiva nell’analisi, dalla narrativa perfida e spietata nel rivelare le insidie dell’apparenza, con una scrittura tesa e vigilata ispirata alla letteratura svedese di Selma Lagerlof.

Valerio Valentini, Premio Campiello Opera con il romanzo Gli 80 di Campo-Rammaglia(Editori Laterza) ricorda “l’esperienza traumatica del terremoto che sconvolge e ridisegna il tessuto sociale di una comunità rurale, mettendo in discussione leggi e abitudini”. Ermanno Cavazzoni, La galassia dei dementi, (La nave di Teseo), stupisce tutti con il suo sguardo spiazzante e obliquo, conferma la sua predilezione per la fantascienza, parla della grande Devastazione dell’anno 6000. Helena Janeczek racconta emozionata La ragazza con la Leica (Guanda), il “fantasma di Gerda Tardo, fantasma buono, presenza più viva dei vivi nella vita di chi l’ha amata”, l’intreccio del linguaggio della scrittura e della fotografia che è al centro del libro, affronta con grande umiltà la competizione pur arrivando da grande vincitrice del Premio Strega. Davide Orecchio, Mio padre la rivoluzione (Minimum Fax), ricorda di avere scritto un libro di storie e non di storia, immaginando che i rivoluzionari russi abbiano fatto cose che non hanno fatto e dedicandosi anche ai personaggi meno famosi che hanno vissuto in quegli anni. Francesco Targhetta ci offre, nello straordinario romanzo di esordio Le vite potenziali (Mondadori), l’intreccio delle vite di tre tipologie e visioni del mondo diverse incarnate da tre amici divenuti sodali nell’avventura dell’azienda di ecommerce Albecom  che sorge alle periferie di Marghera. Sottolinea come oggi “la vita felice non sia più lineare ma irregolare, formata dalla somma di segmenti sghembi che vanno in direzioni diverse, vite potenziali sempre ramificate, da cui quell’ansia di sovrabbondanza frenetica che viviamo e che attraversa tutto il romanzo”.

Rosella Postorino rilegge il dramma del favoritissimo e seducente Le assaggiatrici (Feltrinelli) che ripercorre la storia vera di Margot Wölk che solo a 96 anni ha deciso di rivelare la sua terribile esperienza e che qui rivive nelle vicende di Rosa Sauer. Postorino focalizza l’ambiguità della condizione delle assaggiatrici oscillante tra l’essere vittima e l’essere in qualche modo immerse in una collusione col Male, che può far parlare di colpevolezza per una Margot Wölk che ci mette così tanto tempo per rivelare il suo passato di persona che ha salvaguardato quotidianamente sulla propria pelle la vita di Hitler. Noi ci permettiamo di incalzare l’autrice su questa colpevolizzazione, pensando che essa rifletta un’ eccessiva tendenza alla criminalizzazione presente oggi nella società che non corrisponde alla vera vocazione della letteratura tesa alla comprensione e mostrata dall’empatia del romanzo per la psicologia dei vari personaggi, ricordando come queste donne siano state vittime della violenza nazista non avendo altra scelta davanti al loro destino. Postorino risponde parlando del cortocircuito in cui ci si ritrova anche indirettamente collusi col male e ne nasce una dialettica sui temi scottanti di un libro che sa alimentare interrogativi storici e generare dibattito.

La conferenza stampa ha un prolungamento glamour nella colazione offerta a casa di Gaetano e Albertina Marzotto per festeggiare i finalisti del Campiello Giovani. Carlo Nordio, Presidente della Giuria dei Letterati, aveva ricordato in mattinata il lavoro, qualificato, elastico, aperto al dibattito, svolto in un clima di libertà e indipendenza della giuria presieduta come sempre da un non addetto ai lavori. A casa Marzotto sottolinea “la notizia buona per cui i giovani hanno affrontato con maturità e vitalità problematiche anche dolorose, la notizia cattiva riguardante il cupo pessimismo presente nei loro racconti. Sprona tutti ad andare avanti prendendo sul serio le cose della vita, ma non prendendo troppo sul serio se stessi!”. Philippe Daverio, storico membro della giuria dei letterati,  pungola i finalisti giovani perché hanno scritto “un unico libro parallelo, con un tema che richiama Mao cioè la tesi che anche se finirà la lotta di classe continuerà sempre lo scontro delle generazioni. Questo fremito certifica che anche se noi siamo finiti, la storia non è finita”. Roberto Vecchioni fa emergere la sua anima socratica di maestro di scuola, prende a cuore le sorti di questi ragazzi e dice: “il pessimismo di questi giovani li fa essere diversi e superiori a quello della maggioranza, il compito dello scrittore è quello di correggere i destini in una continua riconoscenza al potere straordinario delle parole. Si è sempre scrittori di parole, non di idee, ma non si deve mai correre il rischio di diventare uno scrittore egocentrico, arrogante, unico, che ha capito cosa è la letteratura. Per adesso mettete giù tutte le cose originali che state trovando, ma ricordate come diceva Italo Calvino che il surreale deve fare i conti con la realtà” e mostra di conoscere il pensiero del grande scrittore delle Lezioni americane sul “fantastico figurale” nell’arte che  non è mai volo della piuma ma ha sempre a che fare con l’articolazione della realtà e delle sue immagini.

A condurre la serata finale al Teatro La Fenice Mia Ceran ed Enrico Bertolino a cui domandiamo quale effetto fa ad un attore comico presentare un premio letterario: “I guitti entrano a palazzo – ci risponde divertito-, quella guitteria spesso messa ai margini che però faceva anche in passato tanta critica sociale e che con Dario Fo ha vinto il Nobel per la Letteratura. Sto bene in questo ambiente anche se non prenderò mai le parti dei letterati e dei paludati. Perché occorre togliere l’alibi che la cultura è pesante e non accessibile. Sono stato negli Stati Uniti dove hanno lanciato i microlearning, leggere sugli smartphone per sapere un po’ tutto di tutto. Non può essere così, la formazione si fa chiudendosi in casa dove si spegne lo smartphone, si chiude facebook, su instagram solo una foto e poi leggere leggere leggere. Contro l’onanismo dei selfie dobbiamo leggere di più. Il premio Campiello mi ha costretto ad un’estate di lettura. Ho scoperto che l’unico modo in cui potevo stare tranquillo a casa era dire: Sto andando a leggere”.
 
 
 
 
 
 
 

Ultimo aggiornamento: 22:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA