Anna Valle dopo il successo di "Lea": «Cura, empatia e leggerezza. Dalle infermiere una lezione di vita»

Foto di Pierfrancesco Bruni per Banijay Studios Italy
di Ilaria Ravarino
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Giovedì 10 Marzo 2022, 06:00 - Ultimo aggiornamento: 08:49

Un successo da 4.830.000 spettatori, con una media del 21.1% di share, per l’ultima puntata di una serie tv, "Lea-Un nuovo giorno", che ha portato nelle case del pubblico di Rai 1 – per tutto il mese di febbraio – la quotidianità degli angeli delle corsie d’ospedale: le infermiere.

Professioniste che hanno vissuto in prima linea l’emergenza Covid scandendone i momenti salienti, con immagini destinate a passare alla storia: i segni della mascherina sul volto dell’infermiera Alessia Bonari, la collega Elena Pagliarini crollata dopo un turno sfiancante, o Katia Sandroni, ritratta mentre porge il ciuccio in tuta anticontagio a un piccolo paziente. Donne che la serie di Rai 1 omaggia direttamente, secondo la protagonista Anna Valle, 46 anni, scelta per interpretare Lea, un’infermiera pediatrica tornata sul posto di lavoro dopo un grave lutto. «La prima cosa che ci ha detto sul set la regista, Isabella Leoni, è stata che Lea sarebbe stata dedicata proprio alle infermiere che hanno tenuto la mano ai nostri cari in questi terribili momenti».

Si aspettava che il pubblico avrebbe gradito?

«No. Sono abituata a non dare mai nulla per scontato. Arrivavamo dopo una serie andata benissimo, quella di Luca Argentero (Doc-Nelle tue mani, ndr) e non ero sicura di come il pubblico avrebbe reagito a sentire parlare ancora di infermieri, dottori e bambini in ospedale».

 Se le ricorda, le infermiere Bonari e Pagliarini?

«E chi se le dimentica? Persone come loro hanno tenuto in piedi il Paese, specialmente nei primi tempi della pandemia, diventando un simbolo di speranza. Erano instancabili, affrontavano turni disumani. Lo so perché ho amici infermieri che mi raccontavano quanto quella primissima ondata sembrasse non finire mai. Mancavano posti negli ospedali, chi era in pensione tornava a lavorare pur di dare una mano. Io non ho social, ma volevo far arrivare un ringraziamento a chi si stava impegnando. Ho mandato un videomessaggio all’ospedale di Vicenza attraverso i miei amici».

Che ricordi ha del primo periodo della pandemia?

«I bambini potevano vedere solo la nonna paterna, ma a distanza. Ad aprile per il loro compleanno abbiamo fatto una torta da mangiare all’aperto: ricordo il terrore quando Leonardo (il figlio più piccolo, 9 anni, ndr) corse ad abbracciare la nonna».

Le infermiere le hanno scritto? La serie è piaciuta negli ospedali?

«Indirettamente ho saputo che sono state felici che qualcuno le abbia raccontate».

Perché in tv gli eroi sono sempre i medici?

«Perché il medico ti dà la diagnosi, la cura e la speranza di guarire. Ma alla fine è l’infermiere quello che sta con te, che ti sostiene moralmente, quello cui chiedi una mano nel cuore della notte».

Le è mai successo?

«Per fortuna l’unica volta che sono finita in ospedale è stato quando ho avuto i bambini. Una volta chiamai l’infermiera alle 4 del mattino, perché dovevo allattare ma non ci riuscivo. Lei arrivò e si mise in ginocchio accanto a me. Questo aiuto non te lo dà il medico, ma l’infermiera. Donna».

Le italiane sono tra le infermiere meno pagate d’Europa. Che ne pensa?

«Che ogni lavoro deve avere la sua dignità e la giusta riconoscenza. Non voglio fare la paladina dei diritti altrui, ma credo che alcune cose andrebbero riviste e i parametri adeguati ai giorni nostri».

Spesso il disagio delle infermiere diventa esaurimento. È quello che accade a Lea?

«Lea ha un disagio psichico scaturito da un lutto da cui cerca di scappare. Il bello di Lea è che sa che a volte le cose capitano e non è colpa di nessuno. Ma poi si rialza, e rialzandosi è capace di dare sollievo ad altri. Una cosa che in questo momento dovremmo provare a fare anche noi»

. Si è ispirata a qualcuno in particolare per Lea?

«Mi sono fatta aiutare da un paio di infermiere che avevo conosciuto su un altro set, dove erano addette ai tamponi. Mi hanno aiutata a prendere dimestichezza con i ferri del mestiere. E poi ho cercato di riprodurre il modo con cui le infermiere pediatriche si pongono nei confronti della sofferenza del bambino, cioè con empatia e leggerezza, cercando di non appesantire ulteriormente il carico della malattia».

Ha rubato alle infermiere un gesto, un tic, un oggetto in particolare?

«Ogni infermiere ha un suo oggetto rifugio sul quale scaricare la tensione. Per Lea sono gli origami, i cartoncini colorati che si porta sempre in tasca».

Ci sarà una seconda stagione di Lea?

«Chiediamolo alla Rai. Non abbiamo ancora affrontato l’argomento ma non si esclude. Ora mi concentro sulla seconda stagione di Luce dei tuoi occhi: tra poche settimane iniziamo le riprese».

Che medico della tv vedrebbe accanto a Lea?

«Direi il medico di ER. Uno come Clooney sarebbe una fortuna. Per lei, ma pure per me».

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