Quando l’idea di un viaggio diventa un motivo di ansia

Sabato 8 Febbraio 2020 di Mauro Evangelisti
Fino a qualche settimana fa c’era una soluzione, un calmante per le nostre giornate agitate: il viaggio, anzi la prospettiva di un viaggio. Lavoro, traffico, rubinetti che perdono, auto dal meccanico, cartelle esattoriali: vada come vada, tra un po’ salgo su un aereo o prendo un treno e parto. Il viaggio, anzi la prospettiva di un viaggio, aveva un effetto salvifico e ritemprante. Oggi il viaggio, anzi la prospettiva di un viaggio, è moltiplicatore di ansia, una soluzione da rimandare o cancellare. Irrazionalmente, sia chiaro, perché nulla ci impedisce di viaggiare. Però anche le notizie ufficiali e non dopate, sulla diffusione del coronavirus e sulle misure di prevenzione, ci inducono a depennare (irrazionalmente) tutte le destinazioni asiatiche. Non solo: anche viaggiare in Europa (irrazionalmente) ci angoscia, perché pensiamo che dobbiamo entrare in un aeroporto e salire su un aereo: gli esperti ci dicono che non ci sono rischi, ma abbandoniamo la pagina della prenotazione del volo e ci diciamo “aspetto qualche mese”. Poi, drammatiche, arrivano le notizie del treno dell’alta velocità deragliato con il dolore per chi ha perso la vita, e aumenta la nostra diffidenza verso i viaggi. Eppure, sappiamo benissimo che il treno resta uno dei mezzi di trasporto più sicuri.
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