La basilica con le scene di tortura

Domenica 27 Novembre 2016 di Fabio Isman
Tre date o periodi, per una chiesa sola, che costituisce un «unicum» assoluto: quelli antichi della nascita; e i tempi rinascimentale del restauro, e della Controriforma, dopo il Concilio di Trento; Santo Stefano Rotondo, al Celio, deve a loro l'aspetto e la notorietà. È remotissima: almeno del V secolo, quello di Simplicio da Tivoli, papa dal 468 al 483. Ed è un edificio senza riscontri: di probabile derivazione orientale, dedicato al protomartire Stefano, tondo. Forse ispirato a un'antica raffigurazione nell'Apocalisse, della Gerusalemme celeste. Due ambulacri concentrici: il secondo intersecato da una croce greca; e nel mezzo, l'altare. Nel 1100, Innocenzo II Papareschi, vi aggiunge il portico a cinque arcate; e Niccolò V Parentucelli, nel 1453, la fa restaurare dal grande architetto Bernardo Rossellino (cui, tra l'altro, si deve anche Pienza), che sopprime l'anello più esterno.

L'ASPETTO
Ne restano le 34 colonne di marmo e granito, ora inserite nel muro periferico; mentre l'anello interno è separato da altre 22 in granito, con capitelli in marmo, dalla cella centrale. Due pilastri, con altrettante colonne corinzie, sorreggono le tre arcate interne, di papa Innocenzo II; la mediana è più ampia; servono anche a sorreggere il tetto, e sono state inserite per motivi statici. Fino al 1580, Santo Stefano Rotondo è stata basilica, da subito vescovile, dei Paolini ungheresi; da allora, fa capo al Pontiifio collegio germanico-ungarico: è la chiesa nazionale d'Ungheria, e dei gesuiti. In origine, era divisa in tre navate concentriche, secondo uno schema cruciforme; e otto ingressi immettevano nei cortili esterni coperti e negli atrii. Un altare era da subito nello spazio centrale, ornato da mosaici e lastre di marmo intarsiate in porfido, serpentino e madreperla. C'è anche la cosiddetta Sedia di Gregorio Magno, un antico sedile romano in marmo.

MARTIROLOGIO
Ma la curiosità non sta soltanto nella forma del tempio. Quando l'edificio paleocristiano, con le reliquie dei santi Primo e Feliciano in una cappella e ritratti in un mosaico nell'abside, è concesso al Collegio germanico, esso riceve anche l'incarico di convertire le popolazioni del Nord, che erano attratte dalla rifrorma luterana. Antonio Tempesta vi esegue affreschi con le storie del martirio dei due santi venerati; e sul muro perimetrale esterno, Antonio Circignani (detto Pomarancio) vi dipinge altri episodi di martirio. Sembra per fortificare i nuovi missionari al Nord, e porli sull'avviso di quanto avrebbero trovato, dei pericoli che avrebbero potuto trovare. Comunque, sono scene soprattutto assai cruente, e assolutamente inedite per una chiesa.

SENSAZIONE
Numerosi viaggiatori ne vengono colpiti, e le raccontano. Così, Charles Dickens ne resta sconvolto: «Nessuno in sonno potrebbe vedere un tale spettacolo di orrore e carneficina; uomini nell'atto di esser bolliti, arrostiti, abbrustoliti, fritti, piegati, sbranati da fiere e cani, tormentati vivi, lacerati dagli zoccoli dei cavalli, tagliati a pezzi con l'accetta». E perfino Donatien-Alphonse-François de Sade, detto «il divin marchese» pur se era soltanto conte, quando vede la scena in cui un carnefice strappa il seno a una santa vergine, resta a tal punto sconvolto, assicurano, che addirittura sviene. Tra Storie di Santo Stefano, Strage degli Innocenti e Madonna dei Sette dolori (di Tempesta), e le 34 vedute di martirio dipinte da Pomarancio (Matteo da Siena collabora per le prospettive), Santo Stefano Rotondo diventa così davvero un compendio delle più violente tra le torture. Non le controbilancia certo il mosaico con i due santi, vestiti con un mantello da viaggio su un fondo d'oro e sopra un verde praticello cosparso di fiori. E sotto la basilica, è stato recentemente ritrovato un mitreo: forse della caserma per le truppe provinciali distaccate a Roma, i cui resti sono stati pure rinvenuti, riempiti poi con materiali di risulta per edificare sopra l'edificio sacro.

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