Nel centro sociale moroso 12 ore di festa della cannabis. I residenti: «Siamo esasperati»

Sabato 20 Aprile 2019 di Marco Pasqua
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Nel centro sociale Intifada, in via Casal Bruciato, il weekend inizia presto: mercoledì, con la serata di musica hip hop e reggae. Qui non c’è ordinanza anti-alcol che regga: si consuma a ogni ora, in strada e persino sulle terrazze condominiali (altrui). Lo sanno bene i residenti di via Donati, da anni alle prese con i rumori di questa movida molesta e fuori controllo: di tanto in tanto qualcuno ama forzare la porta della terrazza per scattare qualche selfie o continuare la festa, fino all’alba. Benvenuti in uno dei centri sociali più “Resistenti” della capitale, ispirato alla “causa palestinese”, oggi divenuto la solita macchina sforna-soldi, secondo un business model consolidato in questi spazi punto di riferimento della cosiddetta galassia antagonista. Locali affittati (a pagamento) per ogni tipo di evento (persino le feste di laurea) in spregio a tutte le leggi sul rispetto della quiete pubblica, e non solo. Nessuna fattura, nessuno scontrino (neanche dal cocktail bar che pure vende litri di alcol). E, soprattutto, nessun affitto versato al Campidoglio, proprietario dello stabile: secondo fonti dell’assessorato al Patrimonio, il debito ammonta a «svariate centinaia di migliaia di euro». Che il Comune difficilmente rivedrà. E stanotte si festeggia anche la cannabis, con un party a tema che promette di far arrivare tra queste mura “importanti” quantità di droga da vendere ad un pubblico in arrivo anche da fuori Roma.
 

DAGLI ANNI NOVANTA
La storia di questo centro sociale inizia alla fine degli anni Ottanta, quando un gruppo di giovani occupò un locale in via Mozart, 74 al Tiburtino. Le forze dell’ordine trovarono sulle mura le scritte “Fedayn-Intifada”. Tra uno sgombero e l’altro, lì si incontravano gli esponenti della comunità palestinese romana. I suoi aderenti sono stati tra i più acerrimi nemici della campagna andreottiana di repressione dei centri sociali e di quella craxiana contro la droga. A metà degli anni Novanta – nel marzo del 1994 – nasce l’attuale centro, nei locali della scuola Ex Pio XII. Parallelamente viene fondata anche la cooperativa sociale La Cacciarella, dove, ricordano fonti investigative, venne recapitato il documento di rivendicazione dell’omicidio di Massimo d’Antona. Molto forti le sinergie con i più grandi centri sociali della capitale. A oggi, fanno sapere dal Comune, la scuola «è occupata senza alcun titolo». 

IL BUSINESS
Ma dietro all’aula studio, aperta ogni giorno, e ai servizi di assistenza di vario genere offerti alla cittadinanza, c’è una spregiudicata macchina in grado di organizzare serate da migliaia di euro. Come? Basta vedere la festa della cannabis, organizzata stasera: ingresso a pagamento (5 euro), anche se la Siae da queste parti non è di casa. Alcolici a prezzi stracciati (nessuno scontrino), artisti pagati in nero, soldi per l’affitto incassati senza fattura. Se si considera, poi, il debito accumulato con il Campidoglio il gioco è fatto. Stasera sono in arrivo espositori da tutta Roma: “fumo” per tutti. Per partecipare basta scrivere il proprio nome sulla bacheca Facebook dell’evento: l’età non conta, entrano anche i minorenni. Il codice del party fuorilegge è 4:20, che, nella cultura popolare americana è da anni il nome in codice per la cannabis: celebrata, appunto, il 20 aprile, a partire dalle 4.20 di pomeriggio. La festa si potrarrà per 12 ore, almeno fino alle 4. «Come sempre del resto», dicono i residenti della zona, che, più volte, hanno chiamato esasperati il 112. «Se parli ti picchiano, noi abbiamo paura», aggiungono altri. «Ogni tanto bucano le gomme delle auto», spiegano. «Quella è un zona fuori controllo, meglio evitarla», dice chi accetta di parlare solo in anonimato. 

Ultimo aggiornamento: 21:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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