Traffico di droga ad Ardea, a processo ventotto esponenti del clan Fragalà

Traffico di droga ad Ardea, a processo ventotto esponenti del clan Fragalà
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Sabato 15 Febbraio 2020, 12:46

Giudizio immediato per gli esponenti del clan Fragalà che operava sul litorale romano, tra Ardea, Pomezia e Torvajanica, e oltre a gestire il traffico di droga, era diventato l’incubo di commercianti e imprenditori, costretti a subire estorsioni, minacce e attentati dinamitardi. Un’associazione per delinquere di stampo mafioso, secondo l’accusa della direzione distrettuale antimafia di Roma, che ha ottenuto dal gip del tribunale di Roma Corrado Cappiello il processo a 28 esponenti del sodalizio. Il dibattimento prenderà il via il 15 aprile.
Gli affari erano gestiti da un triumvirato composto dal 61enne Alessandro Fragalà, il nipote 41enne Salvatore Fragalà, e Santo D’Agata, di 61 anni. Insieme a loro a processo sono poi finiti Ignazio, Mariangela, Astrid e Simone Fragalà, l’albanese Blerim Sulejmani, Vincenzo D’Angelo, Mariano Cervellione, Giorgio Ermini, Francesco D’Agati, Angelo Arena, Stefano Barbis, Stefano De Angelis, Francesco Loria, Daniele Sozzi, Pasquale Lombardi, Marco Del Fiume, Emiddio Coppola, Luciano Marianera, Manolo Mazzoni, Sergio Palma, Karim Pascal Reguig, Michele Chiaffarata, Renato Islami, Tito Ferranti e l’albanese Enrik Memaj.

LE INDAGINI
Il gruppo avrebbe messo a punto persino un rituale di affiliazione basato sul giuramento con il sangue, un fazzoletto di seta annodato e l’immagine di San Michele Arcangelo, e avrebbe mantenuto stretti rapporti con la camorra casalese, la mafia siciliana dei catanesi Santapaola e Capello, e i Fasciani di Ostia. Gli arresti avvennero lo scorso giugno, provocando un mezzo terremoto politico a Pomezia visto che dalle indagini emersero due esponenti del Pd - ora scagionati - di cui il clan si sarebbe voluto servire per prendere il controllo dell’amministrazione comunale.
Lo stesso gip Cappiello definì “emblematiche” le relazioni del clan con esponenti politici. Il gruppo criminale si sarebbe trasformato in clan mafioso nel 2009. Una convinzione maturata negli inquirenti alla luce delle indagini svolte dai carabinieri e delle rivelazioni di Sante Fragalà, un esponente dell’organizzazione, arrestato per la cosiddetta mattanza di Cecchina del 29 maggio 2011, un duplice omicidio e un duplice tentato omicidio compiuto ad Albano Laziale nell’ambito di uno scontro legato al mercato della droga, e che ha deciso di collaborare con la giustizia. Fu infatti in quella data che Alessandro Fragalà, lo zio di Sante, in quel momento detenuto, ordinò di mettere su un clan e prendere il controllo del litorale. Da allora sarebbe stato un susseguirsi di estorsioni, traffici di sostanze stupefacenti, rapine, incendi e danneggiamenti, facendo largo uso di armi ed esplosivi. Il presidente dell’associazione coordinamento antimafia Anzio-Nettuno, Edoardo Levantini, e il presidente dell’associazione Reti di giustizia, Fabrizio Marras, hanno chiesto ai sindaci pentastellati di Ardea e Pomezia, di far costituire parte civile i due Comuni.
 

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