Roma, bulli al liceo Platone, indagati anche i prof: studentessa di 15 anni costretta a lasciare l'istituto

Sabato 14 Luglio 2018 di Adelaide Pierucci
I sorrisini di sottofondo e le stoccate. «Lesbica», «menomata». Tormentata a quindici anni per un taglio di capelli troppo corto. E per l'amicizia con un'altra ragazzina ritenuta omosessuale. Per mesi una studentessa del liceo Platone sarebbe stata vittima di prevaricazioni e cyberbullismo in classe. Filmata e fotografata, lanciata in diretta su Instagram, anche in modalità boomerang con l'inquadramento di tutta l'aula, e sempre contro la sua volontà. Un caso di integrazione al contrario, considerato i problemi di salute e un handicap sofferti dalla ragazzina, finito ora al centro di due inchieste davanti alla procura dei minori, per lo stalking dei compagni e a piazzale Clodio, per il mancato intervento del corpo docente.

A far scoppiare il caso la madre dell'alunna. «Mia figlia - ha denunciato - è stata vittima a scuola di continue derisioni, prese in giro, diffamazioni e discriminazioni aventi ad oggetto la sua personalità». «Di tale incresciosa situazione - ha subito chiarito - erano a conoscenza gli organi scolastici, nella specie insegnanti e preside, ma non ci sono stati interventi concreti». Tanto che a fine anno scolastico, a partire dal 22 maggio, la studentessa, dopo un periodo di presenza a scuola tormentata e a singhiozzo, non riuscendo più a gestire il disagio, ha interrotto le cure mediche e poi mollato gli studi, e alla fine chiesto il trasferimento in un altro liceo.

IL TENTATIVO DELLA PRESIDE
Il Piano Didattico Personalizzato, elaborato proprio per gli studenti in difficoltà, si era infranto sulla paura della ragazzina di entrare in classe e finire nella gogna, già a fine ottobre, dopo quel taglio corto, maschile. Da quell'istante in classe ha cominciato a serpeggiare la voce di sue inclinazioni omosessuali. Additata come «lesbica» la studentessa si è rinchiusa in se stessa. Fino a isolarsi, quando si è sentita dare della «menomata». Umiliazioni ben note agli insegnati che non sarebbero intervenute a sua difesa, secondo l'atto d'accusa scritto a doppia mano dalla madre della vittima e dall'avvocato Eugenio Pini, legale di Bulli Stop, il Centro nazionale contro il bullismo. A tradire la fiducia della studentessa in particolare una compagna di classe con cui era all'inizio particolarmente legata.

Mentre la sola persona ad aver cercato di ricomporre la situazione sarebbe stata la preside. Venuta a conoscenza dei video umilianti, ha vietato l'uso dei telefonini in classe. E sempre lei ha cercato di dare vita a un faccia a faccia costruttivo, mettendo le due ragazze a confronto in classe in un circle time, strumento utilizzato per facilitare la comunicazione tra alunni. Iniziative fallite. L'amica sarebbe riuscita a far credere che la vera bulla era l'altra, la vittima.

E i telefonini sono comunque circolati in classe. C'era chi entrava con due smartphone. L'ultimo atto del calvario della liceale risale a fine maggio. Non può sostenere una interrogazione perché ricoverata al Bambino Gesù. L'assenza finisce sul registro elettronico senza che l'insegnante tenga conto del problema. Per la ragazzina è troppo. Non varcherà più il cancello della scuola.
  Ultimo aggiornamento: 15 Luglio, 23:08 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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