Governo, braccio di ferro col Colle su Savona l'eurocritico

Martedì 22 Maggio 2018 di Andrea Bassi
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Il nome lo avrebbe pronunciato Matteo Salvini. Al Quirinale ieri non si è parlato di ministri, ma un accenno, uno soltanto, sarebbe stato fatto: Paolo Savona. Per il leader leghista la scelta dell'economista eurocritico fa parte di un pacchetto inscindibile. A Palazzo Chigi Giuseppe Conte indicato dai Cinque Stelle, a Via XX settembre Savona. Il Colle formalmente non avrebbe posto veti. Ma nell'incontro con le due forze politiche di ieri avrebbe alzato alcuni paletti: l'attenzione ai segnali di allarme che arrivano dai mercati per i conti pubblici con il corollario dei rischi per i risparmi degli italiani, e il rispetto delle linee fondamentali di politica estera. Insomma, sono le posizioni espresse da Savona che potrebbero portare ad una moral suasion sugli alleati di governo per trovare un'altra soluzione. Anche considerando che, nonostante i diversi interventi sul blog delle stelle del professore, i Cinquestelle vedono con un certo scetticismo la nomina di un ex ministro di Ciampi che ha lavorato anche con il governo Berlusconi.
Ottantadue anni, sardo, professore emerito di politica economica, già a capo dell'ufficio studi della Banca d'Italia, pupillo di Guido Carli, ministro dell'industria del governo Ciampi, capo del dipartimento degli Affari europei nel secondo governo Berlusconi, e prima ancora direttore generale della Confindustria, Savona ha un lunghissimo curriculum. A spingere sul nome di Savona è stato Salvini, anche se gli interventi dell'economista sono stati più volte ospitati anche dal blog dei Cinquestelle che ne ha così condiviso le posizioni. Una candidatura così solida che, fino a un certo punto, sembrava addirittura poter scavalcare quella di Giuseppe Conte per Palazzo Chigi. Qualcuno definisce Savona euroscettico, ma è una semplificazione delle posizioni, articolate, maturate nel tempo ed espresse da Savona. Che, quando era al governo con Ciampi, nonostante tutti i suoi dubbi e le sue preoccupazioni, collaborò anche alla stesura finale del Trattato di Maastricht. Di certo Savona, da ormai diversi anni, è una delle voci più critiche sull'architettura della costruzione europea. «Io sarei per l'Europa unita», ha detto in una recente intervista, «per questo non posso che dire peste e corna di quello che vedo a Bruxelles». Nella sua prima lettera agli amici tedeschi ha scritto: «Temo non vi rendiate conto della gravità della situazione che spinge giorno dopo giorno l'Italia sul sentiero del sottosviluppo economico e della crisi sociale». Berlino e il turboliberista Wolfgang Schauble, ex ministro delle finanze dei governi Merkel, sono da tempo nel suo mirino. Savona è stato uno dei primi a puntare il dito su i vantaggi che ha ottenuto la Germania, a scapito degli altri Paesi europei, dalla moneta unica. Come dimostra il loro sconfinato avanzo commerciale. Ma se l'euro fa così bene alla Germania, secondo la sua analisi, sarebbero proprio i tedeschi a non volerne una rottura. In un'audizione parlamentare ricordò uno studio della Confindustria tedesca che rimarcava come un'uscita dei Paesi del Sud dall'euro avrebbe spinto la moneta unica a valere 1,80 dollari. Per l'export germanico sarebbe stata la fine. Proprio per questo, aveva sostenuto nel pieno della crisi dell'euro, che all'Italia serviva un «Piano B», un piano cioè, che potesse anche prevedere l'uscita dall'euro, se Bruxelles non avesse cambiato i trattati, le regole e i suoi comportamenti. Una extrema ratio. Certo, Roma avrebbe rischiato di pagare un conto, anche salato, ma quello stesso conto l'Italia lo ha pagato con le politiche di austerity. La parola d'ordine, dunque, è correggere Maastricht. Come? In un convegno spiegò che si può mantenere il principio del pareggio dei bilanci pubblici, ma con una contropartita: la gestione da parte di Parlamento e Commissione Ue del 3% dei disavanzi al fine di colmare le lacune infrastrutturali, compensare i divari nell'Euro-zona, stimolare la domanda aggregata e l'occupazione. Altra misura essenziale, spiegò, è «proteggere la produzione continentale dalla concorrenza sleale di realtà emergenti soprattutto asiatiche». Parole dette quando la candidatura di Donald Trump non era ancora alle viste. Molte proposte Savona, poi, le ha fatte per abbattere il debito pubblico. Negli anni più duri della crisi propose di allungare le scadenze del debito. Più recentemente ha proposto una riforma del sistema bancario che divida il sistema dei pagamenti (money bank) da quello del credito (credit bank).

LA CURA SHOCK
In pratica una banca pubblica avrebbe tutti i conti correnti degli italiani, mentre le banche private dovrebbero finanziarsi sul mercato per erogare il credito. La banca-moneta garantirebbe i depositi dei risparmiatori con i titoli di debito pubblico e, di conseguenza, l'ammontare dei depositi entrerebbe nel calcolo di tale debito come una posta attiva, ossia in senso riduttivo. Questo porterebbe all'abbattimento di 700 miliardi di debito. Il tutto, poi, sarebbe condito dall'utilizzo della nuova tecnologia del «blockchain», quella dei Bitcoin. Savona è pronto per Via XX Settembre. Si vedrà se Via XX Settembre è pronta per Savona.

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