Tajani: «L’autonomia non danneggi Roma. Ucraina, l’Italia sarà protagonista della ricostruzione»​

Il ministro degli Esteri: «Inserire il ruolo guida di Roma in Costituzione. Dalle nostre imprese sviluppo per tutto l’Est»

Tajani: «L autonomia non danneggi Roma. Ucraina, l Italia sarà protagonista della ricostruzione»
di Mario Ajello
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Lunedì 19 Dicembre 2022, 00:47 - Ultimo aggiornamento: 10:25

Onorevole Tajani, da ministro degli Esteri non crede che il peso dell’Italia in Europa e nel mondo rischia non di rafforzarsi ma di indebolirsi, se passasse la riforma delle autonomie che aggrava gli squilibri nel nostro Paese e impoverisce la sua Capitale? 
«L’autonomia non deve assolutamente accentuare il divario tra Nord e Sud che pesa sul nostro Paese e non può danneggiare la Capitale. Il problema è questo: mantenere un equilibrio e una coesione, un rapporto virtuoso e di scambio e di interdipendenza paritaria, tra le varie parti dell’Italia. Su questo non si può prescindere. Così come è essenziale il rafforzamento del ruolo di Roma. Su questo secondo aspetto, credo che le forze di governo troveranno un accordo. Perché la centralità, la forza, i poteri e le potenzialità della Capitale hanno bisogno di essere profondamente incrementati. Ne va del prestigio non solo di Roma ma dell’importanza dell’intero sistema Italia agli occhi dei nostri connazionali e del resto del mondo. La Capitale d’Italia non può essere considerata una città come le altre. Deve avere gli stessi poteri che hanno Parigi, Berlino, Washington. Tutte le capitali nazionali hanno uno status differente e riconosciuto rispetto alle altre città. E l’autonomia non può prescindere dal ruolo di Roma». 

La bozza Calderoli non sembra prescindere dalla Questione Capitale?
«A me interessa sottolineare un aspetto essenziale che è quello di inserire nella Costituzione il ruolo rafforzato della nostra Capitale. Questa è la via maestra e imprescindibile. Non ho dubbi però: la Lega sarà favorevole a dare più poteri a Roma. Nelle nostre riunioni di governo emerge una posizione comune». 

Una Capitale non rafforzata in un Paese indebolito dalle diseguaglianze da autonomia non corre il pericolo di avere meno forza per le sue grandi battaglie come quella sull’Expo?
«Questo è un dossier in cima alla nostra attenzione come governo.

Siamo impegnati fortemente a far sì che l’esposizione 2030 si svolga a Roma. Stiamo facendo un’intensa campagna, per raccogliere consensi in tutto il mondo, di promozione della nostra candidatura. Vogliamo arrivare al ballottaggio ma sappiamo bene che è una partita difficile perché i nostri rivali sono assai agguerriti». 

Si riferisce all’Arabia Saudita?
«Non solo. Ci sono altri candidati. Penso a Odessa e a Busan. Noi ce la stiamo mettendo tutta. La Ryder Cup di golf, che si svolgerà a Roma nell’anno che viene, deve a sua volta diventare un grande evento non solo sportivo ma capace di accendere su tutto i riflettori del mondo verso Roma e verso l’Italia. Ecco perché, insieme ai ministri dello Sport e del Turismo, faremo conoscere la Ryder Cup attraverso tutte le ambasciate italiane. Questo grande evento può essere anche una vetrina per conquistare l’Expo».

In questa fase - se l’autonomia non distrugge tutto - si aprono insomma spazi importanti per un nuovo protagonismo internazionale dell’Italia? 
«Io ne sono assolutamente convinto. I terreni di azione sono diversi. Penso ai Balcani. Già da subito, il 24 gennaio, organizzerò a Trieste la conferenza italiana sui Balcani. A cui seguiranno nei prossimi mesi vari business forum cominciando da Belgrado e da Pristina. Noi guardiamo con profonda attenzione alla presenza politica ed economica del nostro Paese in quell’area. Vogliamo essere portatori di pace, di stabilità, di crescita. E non intendiamo minimamente lasciare i Balcani alla penetrazione di interessi extra-europei. Perciò siamo favorevoli alla candidatura della Bosnia Erzegovina come membro della Ue. E lo stesso vale per altri Paesi candidati: Montenegro, Serbia e Albania. L’Italia, in queste aree e in altre, deve contare molto di più. Sia come forza economica sia come peso politico. La presenza dei nostri militari nei Balcani e nel mondo non è solo di testimonianza. E’ un segno importante della nostra politica estera e della strategia economica e tutto lo sforzo di presenza e di azione deve servire per internazionalizzare di più le imprese italiane e creare un contesto in cui lavorino bene e aiutino lo sviluppo di quei Paesi». 

L’Ucraina è un Paese da ricostruire politicamente ed economicamente. L’Italia non può avere un ruolo da protagonista in quello scenario?
«Abbiamo già assunto un ruolo importante. Dal punto di vista economico, stiamo sostenendo in tutti i modi l’Ucraina. Altri dieci milioni di euro li abbiamo appena stanziati per questo Paese. Poi, una volta finita la guerra e dobbiamo fare di tutto per farla finire, si tratterà di ricostruire. Siccome l’Ucraina è un Paese candidato all’ingresso nell’Ue, l’Italia vuole essere parte importante della ricostruzione. Intendiamo essere in prima linea in questo impegno importante per tutti. Si è deciso di dare vita a una piattaforma europea per gli aiuti civili e noi siamo parte integrante di questo progetto. Stiamo già pensando a che cosa potranno fare le nostre imprese. Dovranno essere protagoniste della ricostruzione e dell’ammodernamento delle infrastrutture in Ucraina. Ma non solo questo. Si tratta di dare nuova vita e nuovo futuro alle città e di rifarle: dall’edilizia scolastica a quella abitativa e a quella istituzionale. Ci sarà molto lavoro e molti cantieri da mettere su. Servono investimenti importanti e il governo italiano sosterrà la partecipazione delle nostre imprese». 

Nella pratica, come il governo intende muoversi? 
«Già nei prossimi giorni, ci saranno i primi incontri tecnici alla Farnesina con le organizzazioni imprenditoriali. Non sarebbe male dare vita a un Recovery Fund dedicato alla ricostruzione dell’Ucraina».

L’Italia si farà portavoce di questo progetto di ricostruzione? 
«E’ l’idea che proporrò, a brevissimo, al governo. Ma certamente l’Italia deve essere pronta a mettere a disposizione tutto il nostro saper fare e le nostre industrie che sono all’avanguardia, per rimettere in piedi quel pezzo d’Europa e per far diventare pienamente l’Ucraina parte dell’Europa. Si potrebbero realizzare joint venture con imprese ucraine e lavorare insieme». 

Non bisogna, per fare tutto questo, superare la concorrenza di Paesi - dalla Francia alla Germania - che tengono fortissimamente ai propri interessi e all’espansione di questi? 
«Noi non dobbiamo essere da meno. La competizione fa parte del gioco. Abbiamo in Italia imprese di qualità e straordinaria e siamo assolutamente in grado di giocarci la partita della ricostruzione ad armi pari. Oltretutto, possiamo creare in Ucraina e per l’Ucraina partnership con altri aziende europee. La Ue deve lavorare tutta insieme per il futuro di quel Paese martoriato». 

Ma per ora c’è la guerra e non sembra vicina a concludersi.
«Proprio per questo dobbiamo fare di tutto perché finisca al più presto. E impegnarci per la ricostruzione e per la crescita dell’Ucraina. Quando quel Paese sarà parte della Ue, quel mercato sarà un mercato interno europeo. Tutte le nostre forze devono essere impegnate per fare dell’Ucraina un Paese moderno e con infrastrutture di alta funzionalità». 

Magari l’Ucraina può anche diventare - per via del basso costo della manodopera - un posto dove le aziende italiane possono localizzare. Che cosa pensa di questa possibilità?
«Noi vogliamo internazionalizzare ancora di più le nostre imprese. Vuol dire che la base resta in Italia ma che si fanno lavori ovunque. E l’Ucraina da questo punto di vista può essere un’occasione sia per noi sia per loro». 

Ma se l’Italia continua a litigare con Bruxelles, non finiamo per indebolire e non per aumentare il nostro peso dappertutto? 
«Guardi, noi non stiamo affatto litigando con l’Europa. Stiamo facendo valere le nostre ragioni, proprio per essere protagonisti in Europa. Vogliamo che ci sia più Italia in Europa. E’ quello, e lo dico a ragion veduta da ex presidente del Parlamento europeo e da conoscitore diretto delle dinamiche di Bruxelles, che i francesi fanno per la Francia e i tedeschi fanno per la Germania. Su questo abbiamo molto da imparare da loro. Finalmente, l’Italia ha deciso di recuperare».

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