Sylvester Stallone: «La malattia di Bruce Willis? Avevo capito che qualcosa non andava, parlare di lui mi commuove»

L'attore parla di Tulsa King, la nuova serie di cui è protagonista: «Come gangster avrei fatto ridere, non sono il classico duro»

Sylvester Stallone: «La malattia di Bruce Willis? Avevo capito che qualcosa non andava, parlare di lui mi commuove»
di Ilaria Ravarino
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Sabato 24 Settembre 2022, 07:26 - Ultimo aggiornamento: 25 Settembre, 21:52

Roma, piazza di Spagna, uno dei più lussuosi alberghi della capitale. Uno sciame di assistenti precede l'arrivo di Sylvester Stallone, 76 anni. Orologi alla mano, i collaboratori tengono il tempo come cronometristi olimpici, mentre si assicurano che l'acqua sia sul tavolo, le tende tirate, i cuscini sulla poltrona. «Mi sono spaccato la schiena cinque volte», spiegherà Stallone poco dopo, sprofondandoci dentro, quasi a scusarsi. Il suo bicipite è il doppio del bracciolo, il volto quello di Rocky dopo un paio di sventole, ai piedi porta un paio di discutibilissimi stivali da cowboy. In Italia per la promozione di Tulsa King, serie gangster della piattaforma Paramount+ in arrivo entro la fine dell'anno, prima di Roma era a Monza per il Gran Premio (dove ha incontrato il presidente Sergio Mattarella) e domani sarà nello studio di Verissimo, a Canale 5, per un'intervista con Silvia Toffanin.

Che gangster porterà sullo schermo?
«L'ho interpretato come se fossi io, gli ho dato il mio carattere. Ho pensato: come sarebbe Sylvester Stallone se fosse nato gangster? Sono un mafioso che si rende conto di aver sbagliato, che finisce in prigione per coprire la famiglia ma rimane fregato. Comincia a farsi nuovi amici, ma non ammazza più nessuno. Al massimo vende l'erba. Fa ridere, non è il classico duro».

A Hollywood c'è ancora posto per il duro?
«Deve. Da Ercole in poi abbiamo sempre avuto bisogno di uomini eroi, di guerrieri. Non c'entra niente il gender o altre faccende intellettuali. È la nostra cultura: la società ha bisogno di eroi, e il cinema è la macchina che li fabbrica».

Sì, ma la società cambia. Gli eroi no?
«Per me gli eroi sono ancora Charles Bronson e Clint Eastwood. Il maschio, l'alfa man. È un modello che mi piace, cui aspiro. Questo non vuol dire essere misogino o intollerante, non c'entra niente. Ma diventare un guerriero è il sogno di ogni ragazzo, da sempre. Il problema è che la tecnologia ci ha reso tutti più tecnici, siamo diventati guerrieri da tastiera».

I supereroi le piacciono?

«Ne ho interpretato uno in Samaritan (su Prime Video, ndr), sinceramente credevo che sarebbe stato un flop. I ragazzi sono abituati con la Marvel, con questi supereroi che volano, non muoiono mai e sparano i raggi laser dagli occhi. Io interpretavo un uomo dotato di grandi poteri, ma con un passato da reietto».

Si è mai sentito fuori tempo?
«Ogni cazzo di giorno. Il mio peggior nemico è il tempo. Per questo non mi fermo mai anche se la gente dice che dovrei riposarmi. Più mi considerano un dinosauro, più mi impegno. Lavoro più adesso che vent'anni fa».

La serie da Rocky la fa?
«Ho avuto vari problemi con i diritti, ma ora che siamo passati ad Amazon penso che possa sbloccarsi qualcosa. Sto pensando a una serie su Rambo. Ma darei il personaggio a qualcun altro».

Il suo amico Bruce Willis si è ritirato (dopo la diagnosi di afasia, ndr). Siete in contatto? Come sta?
«L'ho chiamato varie volte, ma è difficile parlarci ed è molto triste farlo. Io e lui ci siamo divertiti parecchio insieme, abbiamo visto il mondo, vissuto mille vite. Cinque anni fa ho cominciato a capire che c'era qualcosa che non andava. Era diventato molto silenzioso, lui che è stato sempre un grande chiacchierone. Mi commuove parlarne».

L'età cosa le ha insegnato?
«Il talento. Vedo il talento nelle persone. In Tulsa King c'è una ragazza italiana, si chiama Tatiana (Zappardino, ndr): l'avevo notata in tv in una pubblicità di basso livello, su un canale locale, per una ditta di assicurazioni. Eppure aveva qualcosa. L'ho proposta ai produttori, mi hanno riso in faccia. Poi hanno accettato di farle un provino. Guardatela: di attori ce ne sono tanti, di star come lei poche».

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E sua figlia Scarlet? Anche lei recita in Tulsa King.
«Le ho fatto avere il ruolo della barista, ero nervosissimo. Lei però è riuscita a conquistarsi la scena. Ha talento».

Posso chiederle perché ha voluto incontrare Mattarella?
«La verità? Ero a Monza a vedere le corse e volevo tornare in albergo, ma ero assediato. E tutte le uscite erano bloccate dalla polizia, perché c'era il Presidente. Allora ho detto: voglio incontrarlo. Con lui c'era pure il principe Alberto, ho pensato che sarei rimasto bloccato altre due ore».

E che vi siete detti col Presidente?
«Lui non penso che parli inglese, io non parlo italiano. Gli ho detto grazie, e appena ho visto un varco mi ci sono buttato».

 

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