Altri tre morti a causa del Covid 19, l'ospedale "Goretti" in prima linea

Altri tre morti a causa del Covid 19, l'ospedale "Goretti" in prima linea
di Laura Pesino
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Mercoledì 10 Novembre 2021, 05:05 - Ultimo aggiornamento: 09:23

 Diciassette posti letto covid all'ospedale Goretti di Latina, tutti pieni da settimane di pazienti di ogni età. Otto decessi dall'inizio del mese in provincia, gli ultimi tre riportati ieri sul bollettino della Asl: un uomo di 56 anni di San Felice, un paziente residente a Fondi di 57 anni e una donna di Sabaudia di 83. Avevano tutti diverse patologie importanti e il più giovane non era vaccinato. Fatta eccezione per il calo di contagi di ieri, la curva risale bruscamente e il virus torna a fare paura. Ma ora è decisamente meno sconosciuto e imprevedibile per i sanitari che dal 2020 fronteggiano le ondate. A spiegare nel dettaglio il nuovo quadro della situazione è la professoressa Miriam Lichtner, responsabile della Uoc Malattie Infettive del nosocomio di Latina.
«Il reparto - racconta - è alla sua massima occupazione. Da quasi un mese vediamo arrivare sempre nuovi pazienti in pronto soccorso, anche nove in 24 ore. La media è di quattro persone ogni giorno che hanno necessità di ricovero ospedaliero. La maggioranza riusciamo ad assorbirla qui, per altri dobbiamo prevedere un trasferimento in altre strutture della rete del Lazio, così come per le terapie intensive. Ci sono ora molti pazienti con il casco. Se peggiorano vengono trasferiti verso l'ospedale di Casalpalocco che ha una rianimazione covid dedicata, o in strutture grandi come lo Spallanzani, il Gemelli e l'Umberto I». Se è vero dunque che siamo in procinto di entrare nella temuta quarta ondata è anche vero che per il momento la situazione, nel Lazio e in provincia, tiene.

IL VIRUS DEI NON VACCINATI

«Ci sono pazienti gravi, alcuni giovani, altri anziani che non si sono mai sottoposti alla vaccinazione spiega la dottoressa Lichtner In queste persone vediamo la stessa gravità che vedevamo a marzo del 2020. A volte poi si tratta di persone che spesso non credono nelle medicine e nell'approccio terapeutico e arrivano in ospedale dopo sette o otto giorni di febbre. Hanno tutte le caratteristiche che poi evolvono purtroppo verso casi gravi. I vaccinati che invece contraggono l'infezione per definizione non hanno avuto la capacità di sviluppare l'immunità. Sappiamo che il siero ha un'efficacia di oltre il 90%. Alcuni pazienti, che presentano condizioni di rischio, arrivano anche alla forma grave ma nella gran parte dei casi hanno forme di solito molto limitate e bassa carica virale. Nella nostra finestra di osservazione, i casi di vaccinati arrivati al decesso avevano una condizione clinica già molto compromessa. Ma la norma è un'altra: la polmonite bilaterale grave la troviamo nei non vaccinati, anche giovani. Come una signora di 52 anni arrivata in ospedale con i polmoni devastati. Se non avessimo avuto il vaccino oggi ci troveremmo a vivere la stessa condizione che vediamo in altri Paesi».
L'APPROCCIO CON I NO VAX
Non è raro che qualcuno sulle prime mostri anche una certe diffidenza sulle cure. In questi casi qual è l'approccio del medico? «Il dialogo, sempre risponde Lichtner E in molti si devono ricredere. Dialoghiamo tanto con i malati e arriviamo sempre a un chiarimento, a un patto tra medico e paziente. Non bisogna mai prendere di petto la persona ma farla ragionare. Non abbiamo mai avuto situazioni esasperate, ma pazienti che vanno guidati e rassicurati».

LE CURE

Sono stati compiuti molti passi avanti e oggi ci sono molte armi in più per sconfiggere il virus. L'ospedale Goretti di Latina, fin dall'inizio della pandemia, è stato fra i primi a utilizzare il Tocilizumab in via sperimentale e ora, dopo l'approvazione dell'Aifa, è uno dei farmaci usati per combattere la progressione verso forme gravi della malattia, accanto ad altri tre farmaci simili autorizzati. «Continuiamo poi ad utilizzare il Remdesivir, un antivirale, che ha dimostrato una protezione di circa il 50% per le forme gravi spiega ancora la dirigente di Malattie Infettive Ma lo spazio dell'antivirale e dei monoclonali è molto precoce, occorre agire nei primi 3-4 giorni di malattia quando il virus si replica e questo comporta che l'organizzazione sanitaria sia attenta e che agisca subito. Per questo è bene, in presenza di febbre o sintomi respiratori, non attendere ma correre subito a fare un test antigenico. Il problema è che molti pazienti arrivano ancora in fase tardiva, dopo 7 -8 giorni dall'infezione e allora la situazione è più complessa. In quel caso agiamo con farmaci immunomodulanti, come appunto il Tocilizumab. Abbiamo imparato ad usare meglio anche il cortisone, che agisce come immunomodulante e va quindi somministrato dopo qualche giorno».

I MONOCLONALI

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L'anticorpo monoclonale resta al momento la barriera più efficace contro il virus e anche in questo caso il Goretti è uno degli ospedali che lo ha utilizzato di più. «Riusciamo a garantire circa 10 somministrazioni al giorno, con punte di 20 dichiara I risultati sono buonissimi e l'efficacia supera il 97%. Oggi i requisiti per la somministrazione sono molto più ampi: over 60, pazienti con patologie cerebrovascolari, ipertensione, asma, bronchite cronica, patologie oncologiche ed ematologiche, obesità, ritardi nello sviluppo, diabete e iperglicemia». Un anno fa insomma, in questo stesso periodo, il quadro era decisamente diverso. Il pronto soccorso era interamente dedicato al covid e arrivavano anche 20 o 30 pazienti ogni giorno. Oggi la situazione è profondamente cambiata ma la Asl di Latina, come tutte le altre della regione, si prepara comunque a un possibile cambio di scenario. In peggio.
Laura Pesino
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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