ROMA

Crescita, Roma svuotata dal monopolio di Milano

Giovedì 14 Novembre 2019 di Andrea Bassi
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La soddisfazione è palpabile. I numeri, del resto, non lasciano adito a grossi dubbi. Se il resto del Paese è fermo, Milano corre. Assolombarda, l’associazione degli industriali, nel suo “Osservatorio” sulla città appena pubblicato, certifica i successi raggiunti dal capoluogo Lombardo. 

LA PRIMA PUNTATA DELL'INCHIESTA: Gli 11 miliardi non restituiti da Milano al Centro-Sud. Lo sviluppo a scapito dell'altra Italia

Nell’ultimo quinquennio il Pil di Milano è cresciuto del 9,7% (il doppio, scrivono, del 4,6% dell’Italia) e oggi si colloca sopra i livelli pre-crisi del 6,4% mentre la media nazionale soffre ancora di un divario negativo pari al -3,3%. Milano ha un Pil pro capite in costante crescita e che supera i 49 mila euro, rispetto alla media italiana di 26 mila euro. La ripresa del mercato del lavoro negli ultimi quattro anni, spiega l’Osservatorio, si è riflessa in una progressiva discesa della disoccupazione totale, al 6,4% nel 2018, contro una media nazionale ancora a doppia cifra (10,8%). Le multinazionali estere (4.600 delle 14.000 localizzate in Italia), gareggiano per un posto all’ombra della Madonnina. Le grandi imprese (91 con fatturato annuo oltre il miliardo di euro), pure. 

I CALCOLI
Ma non è tutto oro quello che luccica. Due giorni fa il quotidiano inglese The Guardian ha pubblicato un lungo reportage intitolato: «Come le megacittà europee stanno rubando la ricchezza del continente». Un concetto quasi identico a quello espresso dal ministro del Sud, Giuseppe Provenzano, quando parlando proprio nel capoluogo lombardo aveva spiegato che «Milano attrae ma non restituisce nulla all’Italia». Secondo i calcoli del professor Roberto Camagni, docente di economia urbana del Politecnico citati dal Guardian, «Milano ha incrementato la sua quota di prodotto lordo italiano di un sorprendente 17,7%. Solo altre quattro città hanno registrato un aumento, e la seconda più alta è Roma con il 4,4%». Insomma, «sono le grandi città come Milano, non gli Stati nazione, che hanno beneficiato di più della grande ondata di integrazione che è arrivata con il mercato unico europeo». 

IL PREZZO
Ricchezza e sviluppo concentrati in una sola città sono un problema per il resto del Paese, costretto a sostenerne interamente il prezzo. Milano, come ha ammesso il suo stesso sindaco Giuseppe Sala, «sta cannibalizzando lo sviluppo» italiano. Già 73 mila giovani, laureati altamente qualificati, si sono trasferiti dal Mezzogiorno alla Lombardia, impoverendo di capitale umano e di giovani le regioni di provenienza, alimentando il declino, la perdita di senso della comunità e quel rancore verso le elite che ha fatto emergere i movimenti politici di protesta. Ma perché Milano è riuscita a ritagliarsi questo ruolo? Ci sono due aspetti. Il primo, positivo, è stata la capacità amministrativa, con la managerializzazione del Comune e la continuità nei progetti tra le amministrazioni.

La seconda, più miope, è stata la scelta politica dei governi di vario e opposto colore, di giocare la partita dello sviluppo sul solo campo dove appariva più agevole farlo. Milano, appunto. «È un modello», spiega Rosario Cerra, presidente del Centro di economia digitale, «che si autoalimenta lasciando sempre più indietro il resto del Paese: si fa l’Expo a Milano. L’Expo porta infrastrutture e terreni da riqualificare. Quelle infrastrutture e quei terreni dopo l’Expo restano e portano nuovi progetti, come Humane Technopole, che attraggono capitale umano qualificato. E ancora nuove infrastrutture e nuovi progetti». Milano, insomma, rischia di diventare una idrovora. Candidata (poi battuta al lancio di una monetina) per l’Agenzia europea del farmaco. Assegnataria delle olimpiadi invernali. Nuova titolare del salone del libro in danno di Torino.

Ognuno di questi passaggi comporta nuove linee metropolitane, nuove stazioni dell’alta velocità, nuove infrastrutture di connessione. E nuova attrazione di investimenti e di risorse umane che concentrano, in un paese in costante calo demografico, in un’area delimitata i migliori cervelli. Il depauperamento per gli altri si è visto e si vedrà ancora. A cominciare da Roma, indebolita nel suo ruolo di centro nevralgico del Paese. Qualche tempo fa Unindustria e il suo presidente Filippo Tortoriello, insieme a The European House of Ambrosetti, nel loro dossier «Roma Futura», hanno chiaramente indicato quale sarà il destino della Capitale se il trend di svuotamento non sarà interrotto. Nel 2030, tra soli dieci anni, il Pil pro-capite dei cittadini romani, il principale indicatore di ricchezza di una città, è destinato a scendere dagli attuali 33.700 euro fino a 25-28 mila euro.

Una caduta paurosa. L’attrazione verso Milano delle multinazionali, favorita dalle migliori condizioni determinate dalle spinte politiche, cambia la struttura economica del territorio. Il ruolo di Roma viene delimitato a semplice capitale burocratica, a ospitare uffici amministrativi ma perdendo la parte produttiva. Quel ruolo di città dove localizzare le teste di ponte delle multinazionali in Italia che ha avuto in passato e che hanno le altre capitali europee. Quel che resta, oltre alle funzioni burocratiche e amministrative, è un turismo low cost che ne aggrava ulteriormente la malattia, svuotando il centro cittadino dai residenti e dalle attività storiche, e riempendolo di bed and breakfast a basso costo, con il corollario dei negozi di souvenir made in China.
 
LE CONSEGUENZE
«Milano», spiega ancora Cerra, «ha concentrato su di se tutte le vocazioni proprie dell’Italia: dal design alla cultura, avendo già il monopolio della finanza». L’unico ruolo che manca, si potrebbe dire, è quello politico-amministrativo. Ma anche qui la realtà è un’altra. Il progetto di «autonomia differenziata» contenuto nella bozza d’intesa presentata dal presidente della Lombardia Attilio Fontana al precedente governo, era l’ultimo tassello di uno sganciamento dal resto del Paese anche dal punto di vista politico e amministrativo. L’estremo tentativo di non restituire più nulla al centro, a Roma e al resto del Paese. Il residuo fiscale, il voler tenere tutte le tasse dei sempre più ricchi cittadini del Nord all’interno del proprio territorio, tralasciando qualsiasi meccanismo di perequazione, voleva e vuole essere la certificazione di quel «fossato», il termine usato da Provenzano, scavato attorno a una città che vorrebbe farsi Stato. 
(2 - Continua)

Ultimo aggiornamento: 20:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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