Milano prende. E prende molto dal resto dell'Italia. Ma non restituisce quasi nulla. Una città sempre più disconnessa dal resto del Paese. Un'accusa pesante. Tanto più perché arriva dalla bocca di un ministro, quello per il Sud, Giuseppe Provenzano.
Milano e Roma/ Lo sviluppo a scapito dell’altra parte d’Italia - di G.Viesti
«Tutti decantiamo Milano», dice parlando proprio nel capoluogo lombardo in un incontro organizzato dalla Fondazione Feltrinelli e dall'Huffingtonpost, «ma non è la prima volta nella storia d'Italia che è un riferimento nazionale. A differenza di un tempo però», aggiunge il ministro, «oggi questa città attrae ma non restituisce quasi più nulla di quello che attrae. Intorno ad essa», sono le parole del ministro, «si è scavato un fossato: la sua centralità, importanza, modernità e la sua capacità di essere protagonista delle relazioni e interconnessioni internazionali non restituisce quasi niente all'Italia. È la sfida che dovremo provare a cogliere».
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LA REPLICA
Il sindaco Beppe Sala, anche lui presente all'evento, prova a replicare. «Milano», dice, «restituisce se messa in condizione di farlo». Ma poi ammette che «oggi è vero che Milano sta un po' fagocitando tutta la crescita che il nostro Paese potrebbe meritare. Ma, se mi chiedete da sindaco di Milano se è giusto», prosegue, «dico di no. Mettendomi nei panni delle imprese straniere, qui si sentono rassicurate perché sanno che il sistema funziona». In un post su Facebook il ministro Provenzano in serata, ha provato a correggere il tiro e chiarire il suo pensiero. «Oggi i giovani talenti che vi sono attratti», ha scritto, «difficilmente restituiscono al Paese l'esperienza professionale e civile che maturano in città. Quanti giovani del Sud che vanno a Milano in cerca di migliori condizioni di vita diventano classe dirigente del Paese? Ho ricordato», ha aggiunto ancora il ministro, «il caso di Raffaele Mattioli, figlio di un commerciante abruzzese che va a Milano e diventa non solo un grande banchiere ma uno degli uomini più importanti della cultura italiana. Un uomo dell'economia e della vocazione politica al più alto livello, e anche per questo autorevole all'estero, che incarnava il superamento della contrapposizione tra Nord e Sud in cui invece ci stiamo avvitando da quasi trent'anni».
I NODI
LA LINEA
A cominciare dalla necessità di garantire che i servizi erogati siano uguali in tutto il Paese. Che insomma non ci siano cittadini di serie A e di serie B. Una linea che si ritrova perfettamente nelle parole pronunciate ieri da Provenzano, quando ha spiegato che «è essenziale avere una cornice nazionale», e che «scuola sanità e assistenza devono valere allo stesso modo». La proposta di Boccia mette il dito però, anche in un'altra piaga: la necessità di una «perequazione» infrastrutturale. Lo squilibrio tra strade, autostrade, alta velocità ferroviaria, tra Nord e Sud è uno dei tempi centrali da affrontare per ridare prospettive di sviluppo al Mezzogiorno.
Ma questa impostazione del governo non piace ai presidenti delle Regioni del Nord che hanno presentato richiesta di autonomia. Tanto che ieri, sollecitato sul tema, lo stesso Fontana si è detto convinto che se le proposte sono queste la verità è che l'autonomia «in fondo non la vogliano fare». La vera partita, insomma, resta quella di un pezzo di Nord che si è convinto di poter fare da solo. Un'illusione perseguita cercando di restituire il meno possibile al resto dell'Italia.








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