Malika Ayane al Sistina: «Brindisi a Evita e al mio nuovo cd»

Malika Ayane al Sistina: «Brindisi a Evita e al mio nuovo cd»
di Marco Molendini
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Venerdì 30 Dicembre 2016, 00:24 - Ultimo aggiornamento: 3 Gennaio, 19:27

«Rischio problemi di identità» confessa Malika Ayane che, dopo quasi cinquanta repliche, oramai si sente Evita davvero. Al Sistina fino al 15 gennaio, il musical in versione italiana sarà in scena anche la notte di San Silvestro: «Conquisto l’Argentina, muoio e brindo» sintetizza ridendo Malika che fra un mese compirà 33 anni, l’età in cui la moglie di Peron morì per tumore, idolatrata dal suo paese.

Che effetto fa cantare Don’t cry for me Argentina in italiano?
«Massimo Piparo, che ha curato la nostra versione, ha fatto un lavoro straordinario per tradurre i testi in modo che venga fuori una storia che, magari, non è così nota come quella di Jesus Christ superstar».

Fra le canzoni non ci sono testi recitati.
«Io non canto solo in due occasioni, e dico soltanto si. Ma in compenso la partitura è terribile, anzi così cattiva che sembra fatta per punire la protagonista. Almeno serve a tenerti mentalmente impegnata, non c’è tempo per distrarsi e, magari, pensare alla lista della spesa».

Il raffronto con Madonna, protagonista della versione cinematografica, le pesa?
«Non facciamo paragoni. Lei è imbattibile e ha fatto il film».

Quanto l’ha aiutata aver cominciato la sua carriera nel coro della Scala, tra l’altro giovanissima, altra similitudine con Evita, che debuttò in scena a 15 anni?
«E’ l’unica similitudine. Lei era una donna sanguigna, arrivista, cosa che assolutamente non mi sento di essere. Deve avere avuto anche qualche lato oscuro per essere la moglie di un uomo come Peron. E poi, alla mia età attuale, lei era già first lady d’Argentina. Però ho cominciato prima di lei. A 11 anni andai ad accompagnare un’amica a fare un’audizione in un conservatorio che forniva voci alla Scala. E così sono finita nel coro».

Poi è stato Muti a individuarla e farle cantare per la prima volta una parte da solista.
«Erano le parti da solista previste all’interno del coro. Il maestro Muti era il direttore stabile, gli serviva una voce come la mia e mi ha scelto. E’ stato tutto casuale, io su di me non avrei mai scommesso troppo».

Quell’esperienza le sarà servita molto.
«Lo dico sempre a mia figlia che studia musica: lavorare in un coro è l’esperienza più ricca che si possa fare, anche dal punto di vista esistenziale, perché ti mette in relazione con gli altri e puoi imparare a misurarti».

Al pop, poi, come è arrivata?
«Sempre casualmente. Studiavo melodramma, e continuo ad adorarlo ancora oggi, quando mi è arrivato un cofanetto di Janis Joplin che mi ha letteralmente conquistata. Ma già cantavo anche jazz e blues. Nella mia vita ho sempre fatto tante cose diverse».

Questo molteplicità di esperienza l’avrà aiutata a debuttare nel musical, come è capitato con Evita.
«La duttilità è servita a non spaventarmi nel dover affrontare ogni sera due ore e mezzo di spettacolo complicatissimo».

Ha già idea di cosa farà quando, dopo la settantesima replica, l’avventura con Evita si chiuderà?
«Ho un sacco di cose da fare, a cominciare dalla casalinga e dalla mamma, ci saranno tante torte da preparare. E poi ho in testa un disco».

Uscirà il prossimo anno?
«Si, se viene bene e se ci sono le idee giuste».

L’esperienza con il musical le servirà in qualche modo?
«Sicuramente la scrittura di Andrew Lloyd Webber è un trattato di armonia. Potrebbe essere la spinta a ridurre al minimo la produzione, magari impiegando pochissimi musicisti».

La sua storia è molto legata al Festival di Sanremo, ma quest’anno salta un turno.
«A febbraio spero di essere in vacanza. Ma lo guarderò. In fondo per me è un po’ come la madeleine per Proust».

Come donna italiana ma anche araba, visto che suo padre è marocchino, che sentimenti le provocano le tensioni e gli atti che da qualche tempo sconvolgono l’Europa?
«Non è solo questione di origine. Vivo a Berlino e sono nata a Milano, due città toccate in diverso modo dagli ultimi eventi terroristici. Trovo un errore, da parte dei media, insistere troppo sul clima di paura e sulla componente razziale. Dal Medio Oriente arriva tante gente che ha bisogno e chiede aiuto e nelle nostre città c’è tanta gente che ornai è radicata assolutamente nella nostra società. Trovo che la risposta più importante sia il ritorno alla normalità. Ho passato il Natale a Berlino e ho visto come la gente vada ai mercati ugualmente, nonostante quello che è successo. Cito un mio collega, Marco Mengoni: bisogna credere negli esseri umani».
 

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