Luca Barbareschi: «Roma merita una Broadway»

Luca Barbareschi: «Roma merita una Broadway»
di Simona Antonucci
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Martedì 23 Agosto 2016, 00:04 - Ultimo aggiornamento: 1 Settembre, 00:23

«Si continua a ripetere che la cultura è il nostro petrolio. Bene. Ma chi scava?». Luca Barbareschi, in questi giorni al lavoro sul personaggio che interpreterà nel nuovo film di Kechiche, ha appena compiuto sessant’anni («Non è una meraviglia essere grandi?», dice sapendo che lo deve dire) e fa progetti per altri sessanta anni. E sessanta stagioni nel suo Eliseo che ha rilevato nel 2014, investendo cinque milioni di euro per la struttura «e altri due per lo start up: tutto quello che avevo». In tasca, il bilancio positivo del primo periodo di ripartenza, ma anche piani, accordi, produzioni, collaborazioni per la vera e propria rinascita della sala in via Nazionale, a Roma, culla storica, prestigiosa e d’avanguardia dei grandi interpreti italiani. «Portiamo le nostre produzioni a Tor Bella Monaca, l’Eliseo raddoppia in periferia e si moltiplica in tante altre discipline. Musica classica e jazz, letteratura, storia, arte. E a sera tardi, chiuso il sipario, altro, sì, un ristorante buono, vino eccellente, band sofisticate per continuare fino a notte fonda. I teatri non possono essere monumenti alla noia... Broadway si può far nascere anche qui».

Qui dove?
«A Roma. Qui, proprio tra la stazione e piazza Navona. Basta creare un circuito tra le sale che già esistono. Guardando la cartina della città è lampante. A pochi metri di distanza ci sono il teatro dell’Opera e il Nazionale, l’Eliseo e il Piccolo, il Sistina dall’altra parte del Traforo, poco più giù il Quirino, l’Argentina e il Valle... Ma è un’idea folle quella di riunirci e fare sistema? Per la campagna pubblicitaria, per migliorare la comunicazione all’estero, per esistere come quartiere dello spettacolo, dell’intrattenimento, dello showbiz?».

 

Fare cultura è un business o una missione?
«Ecco, appunto. Se il ministro pensa che la cultura è veramente il nostro petrolio, bene, allora triplicasse il Fus. O almeno rivedesse i modi di “spacchettare” il pacchetto. Esistono o no i centri di eccellenza? Noi lo siamo, privati, ma lo siamo. E il Mibact, a noi, versa 481.150 euro l’anno. Per Spoleto, festival di un mese, 2 milioni e 500.000. Un altro esempio? L’Argentina, Teatro di Roma capitale, un milione e 631mila euro. Al Piccolo di Milano ne arrivano 5 di milioni e al Mercadante di Napoli 1.196.672. Mi sembra che vada rivisto un po’ tutto. Altrimenti, eliminiamo i finanziamenti pubblici e a ognuno la sua sfida. Vediamo chi resta in piedi». 

Senza finanziamenti pubblici? Solo soldi dei privati?
«È chiaro che è una provocazione. Ma se si vogliono mantenere in vita i teatri, perché costituiscono un patrimonio al pari dei musei, allora parliamone. Intanto rivediamo il costo dei biglietti. Ma perché assistere a uno spettacolo deve costare meno di una pizza? Così come vanno riviste le paghe degli attori e dei registi. Non ci sono più budget milionari. I colleghi che sono venuti a lavorare qui hanno capito la mission. E hanno tutti accettato. Anche grazie a loro ce l’abbiamo fatta». 

Quando l’Eliseo ha riaperto, dopo mesi di chiusura, ai botteghini c’era la fila della gente che voleva indietro i soldi dell’abbonamento... Poi, un’avventura spericolata?
«No, una storia di seduzione. Il pubblico va sedotto. Bisogna risvegliare la voglia di venire qui. E la conquista avviene passo dopo passo, dai titoli in cartellone, alla comodità delle poltrone, dal bar accogliente alle iniziative collaterali. Ma il primo occhiolino deve arrivare dalla campagna pubblicitaria. Non capisco perché le foto degli spettacoli devono essere sempre tristi e mai curate, ammiccanti, glamour come quelle delle passerelle di moda? E poi gli orari. Le 21, una follia. Hanno tutti fame e sonno. Qui abbiamo già anticipato, ma voglio esagerare. Non dico le 18, ma le 20 sarebbe civilissimo. Dopo resterebbe il tempo di bere, cenare, chiacchierare. E magari prendere pure il bus».

Le poltrone contano quanto i titoli?
«Ma no. Avere però nell’arco della stagione Carandini che parla di storia, De Cataldo, il ciclo di processi organizzato con Laterza, le lezioni di rock con Assante, una partnership della scuola musicale Saint Louis, beh, io credo che tutto questo contribuisca a fidelizzare il pubblico». 

Rinnovamento da “Broadway” alle periferie. Che cosa succede a Tor Bella Monaca?
«Si potranno vedere tutti gli spettacoli prodotti dall’Eliseo. Tre repliche prima del debutto in via Nazionale. Mi piace molto l’idea. Così come sono innamorato del progetto di aprire una scuola di spettacolo in questa città, sullo stampo di quelle che ho conosciuto a New York. Ho trovato i soldi, e credo anche il posto. Assurdo che a Roma non esista un centro internazionale. Così come è assurdo che i teatri abbiano abolito le compagnie, gli ensemble. Intanto proseguono i corti d’opera con 6 nuovi librettisti, sei compositori e sei direttori d’orchestra che debuttano su questo palco».

E del film di Kechiche cosa dice?
«Un’esperienza importante e destabilizzante. A fine ottobre finiscono le riprese vicino a Montpellier. Io sarò un produttore di cinema, mia moglie è l’attrice Catrinel Menghia: la storia ruota intorno al mio rapporto con un ragazzino».
 

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