Maitig: «Rispediremo Haftar a casa sua, non vogliamo un altro dittatore»

Maitig: «Rispediremo Haftar a casa sua, non vogliamo un altro dittatore»
di Cristiana Mangani
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Venerdì 12 Aprile 2019, 00:39 - Ultimo aggiornamento: 14:29

«Combatteremo fino in fondo, perché in Libia non c’è più posto per un dittatore». Ahmed Omar Maitig, vicepresidente del Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale libico (Gna), nonché esponente di spicco di Misurata, sembra aver molto chiaro che il generale Khalifa Haftar non mollerà facilmente la presa. Ma che loro, il Governo legittimo, alla fine lo sconfiggeranno.

Perché Haftar ha dichiarato guerra a Tripoli?
«Il suo è un vero e proprio tentativo di colpo di Stato, ed è un tradimento. Con il presidente Fayez al Serraj si sono incontrati molte volte nell’ultimo periodo. Erano in corso delle trattative importanti, ma lui ha violato l’accordo».

Un accordo verbale formulato durante una riunione che si è svolta ad Abu Dhabi, c’era veramente la volontà da parte del generale di trovare una soluzione?
«In quella occasione aveva detto di sì, avevamo cominciato a parlare di come arrivare alle elezioni. Si è pensato a un governo di unità nazionale con il signor Serraj a capo, mentre Haftar avrebbe comandato l’esercito. Ma lui voleva essere indipendente rispetto alle decisioni del presidente in carica. Una cosa impossibile».

Da un accordo debole alla guerra, però, il salto è lungo. Chi ha soffiato sul fuoco? 
«Certamente qualche paese europeo e due, tre paesi arabi».

A chi si riferisce?
«Sono noti i paesi che lo sostengono, non è una novità».

L’intera comunità internazionale ha chiesto al generale di evitare spargimenti di sangue e di fermare i combattimenti.
«Sì, ma non tutti lo hanno fatto allo stesso modo. E c’è chi non ha voluto sottoscrivere sanzioni nei suoi confronti durante il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Noi abbiamo continui rapporti con l’Italia, che sta seguendo molto la situazione ed è un partner strategico. In questi anni ha fatto tanto per evitare che accadesse questo, più di altri paesi europei».

Di recente è intervenuto anche Mike Pompeo, il segretario di Stato americano.
«Gli Usa hanno mandato messaggi molto chiari, così come l’Inghilterra e la Germania».

Chi sta vincendo sul terreno?
«C’è stata una dura escalation di violenze da parte delle forze di Haftar che sono a ridosso di Tripoli, ma le stiamo respingendo. E c’è anche la battaglia nel sud del paese. Per questo è molto importante che la comunità internazionale manifesti tutto il suo peso. Noi siamo il governo legittimo della Libia, siamo la democrazia. Lui vuole essere un dittatore. E i libici, di dittatori non ne vogliono più. Basti guardare la Cirenaica, il suo territorio: ha nominato ai vertici solo militari, a cominciare dal sindaco di Bengasi. Con lui non ci sarà più libertà».

Il popolo come sta reagendo alla guerra?
«Il popolo è con noi. Haftar pensava che lo avrebbero accolto festanti, che lo avrebbero ricevuto a Tripoli con tutti gli onori, ma così non è stato e non sarà. Ha qualche milizia dalla sua parte, ma già tra questi c’è chi ha deciso di smettere di combattere. Persone che non sono passate dalla nostra parte, ma che non vogliono più la guerra».

Come fa il generale ad avere così tante armi, anche moderne e sofisticate?
«L’Onu sa benissimo chi lo rifornisce, ci sono ampi dossier su questo. All’aeroporto di Bengasi arrivano aerei di continuo, e i paesi che compongono la comunità internazionale ne sono a conoscenza».

Sarà quindi una guerra lunga e difficile?
«Se deciderà di non ritirarsi sarà una guerra lunga, con tutto quello che questo potrà comportare per il popolo libico. Lui sperava di conquistare la città in 48 ore, ma non avrà la meglio, lo sconfiggeremo».

Se Haftar tornasse indietro, sareste disposti a riprendere le trattative?
«Haftar ha l’obiettivo di prendere il paese. C’è una sola certezza ed è che lui deve ritornare da dove è venuto».

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