Sangue infetto, altri risarcimenti. Ma uno dei pazienti intanto è morto di Aids

Mercoledì 8 Giugno 2016 di Giovanni Del Giaccio
LATINA - Ancora risarcimenti per le trasfusioni di sangue infetto, anche se uno dei pazienti che aspettava almeno di avere un riconoscimento è deceduto per Aids.

Quattro le sentenze favorevoli, per circa 800.000 euro, due per residenti in provincia di Latina   (una donna di Pontinia di 52 anni e un uomo di Sezze di 62 anni) e due in provincia di Roma (una donna medico di 65 anni e un funzionario dello Stato deceduto in corso di causa all’età di 55 anni). Sono state notificate in settimana all’avvocato Renato Mattarelli che ha seguito i loro casi, accomunati dalla disgrazia di aver ricevuto sacche di sangue infettate da epatite B, epatite C e Hiv.

"La donna medico di Roma - dice l'avvocato - da anni ha vissuto e vive il disagio di dover visitare i propri pazienti con il rischio, seppur remoto, di contagiarli. L’uomo deceduto dopo aver scoperto di aver contratto l’Aids è praticamente impazzito e poco prima di morire mi ha espresso la volontà di non voler più combattere contro la malattia e di lasciarsi andare".
 
Nel caso della donna di Pontinia - trasfusa all’ospedale di Latina - è stata rinvenuta la scheda del donatore che per circa 10 anni ha continuato a donare il suo sangue (prima di essere stato escluso dall'elenco dei donatori per scoperta del virus) infettando evidentemente decine di pazienti in terra pontina che probabilmente ancora non sanno di essere stati contagiati dal pericolosissimo virus che è noto anche come "silent killer" in quanto può manifestarsi anche dopo 30 anni. 

"Appelleremo le  sentenze, benché favorevoli - conclude l'avvocato (nella foto sotto) - in quanto il danno subito è a nostro parere molto più grave di quanto ritenuto dal Tribunale". Risarcimenti che comunque non sarà facile ottenere, tanto che all'inizio dell'anno l'Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell'uomo per la lungaggine dei processi e il ritardo nel riconoscere ai danneggiati quanto stabilito da sentenze passate in giudicato. Una decisione che non convince, però, chi da anni è in prima linea rispetto allo scandalo del sangue infetto e dei farmaci emoderivati che ha riguardato l'Italia tra gli anni '70 e '90.

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