Salvini fuori dalla Lega? Maroni: «È ora di un nuovo segretario». A rischio (anche) il ruolo nel prossimo governo

Meloni non sarebbe disposta a dare all'alleato i ministeri chiave, ma si ragiona sulle soluzioni

Salvini fuori dalla Lega? Maroni: «È ora di un nuovo segretario». Proteste e critiche (ma lui tira dritto)
di Fausto Caruso
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Martedì 27 Settembre 2022, 12:25 - Ultimo aggiornamento: 16:40

«Sarò impegnato in prima persona nel governo», ha dichiarato Matteo Salvini nella conferenza stampa dopo le elezioni. La coalizione di centrodestra ha vinto, ma un risultato che non arriva al 9% non può lasciare soddisfatti dalle parti di Via Bellerio e già oggi è in programma il consiglio federale a Milano.

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Le critiche dal territorio

A livello nazionale il Carroccio ha ottenuto poco più di un terzo dei voti di Fratelli d’Italia e qualcuno lo definisce un voto di protesta. Se di protesta si è trattato, il destinatario è chiaramente l’attuale segretario Matteo Salvini. Il dato che fa più scalpore è quello che fa riferimento alle presunte “roccaforti” del Nord Italia: Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Salvini ha reclamizzato una coalizione sopra al 50% in tutte e tre le regioni e ha colto l’occasione per ribadire la sua fermezza sulla ricandidatura di Attilio Fontana alle imminenti elezioni regionali lombarde («Squadra che vince non si cambia», ha detto). Ma anche qui la Lega è stata ampiamente doppiata dagli alleati (14% contro 28), così come avvenuto nel Veneto di Luca Zaia (15% contro 32), e addirittura triplata nel Fruili guidato da Massimiliano Fedriga (10,9% contro 32). Il governatore del Veneto, che aveva chiesto più volte che all’ordine del giorno del nuovo governo venisse posto il tema dell’autonomia, ha invitato a una riflessione seria. Zaia e Fedriga erano anche considerati i più accreditati alla successione a Salvini nel caso il segretario venisse invitato dalla base a farsi da parte, ma il fatto che il risultato sia stato modesto anche nei loro territori toglie molta verve alle loro candidature.

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Molto più dure le critiche giunte dalla base e da ex protagonisti del partito. Un congresso che porti a una nuova leadership è stato chiamato a gran voce dall’ex segretario Roberto Maroni: «Ora si parla di un congresso straordinario della Lega. Ci vuole. Io saprei chi eleggere come nuovo segretario. Ma per adesso non faccio nomi», scrive sulla rubrica “Barbari” del quotidiano Il Foglio, aggiungendo però che la solidità della coalizione e del futuro governo non è in alcun modo in dubbio. «Un disastro assoluto», lo ha defintio l’ex deputato Luca Grimoldi in un post su Facebook, chiamando le «Dimissioni immedidate dell’intera segreteria» e un congresso della «gloriosa lega lombarda».

La strategia di Salvini

Il segretario però tira dritto. Si assume tutte le responsabilità della sconfitta, ma spegne subito le voci di chi vorrebbe un passo indietro da parte sua: «Se qualcuno ha altri progetti non siamo una caserma, ma il mio destino è in mano ai militanti della Lega, non a qualche ex consigliere regionale o a un ex deputato», ha chiarito subito in conferenza stampa.

La parabola politica di Salvini era cominciata prendendo una Lega al 4%, un partito che sotto la sua segreteria ha abbandonato la denominazione Lega Nord per diventare un partito a carattere nazionale che ha toccato i suoi massimi storici con il 17% alle scorse politiche del 2018 e il 34% delle europee 2019. Il dato più chiaro emerso dalle urne è forse proprio che questa Lega nazionale non esiste più: il partito è andato sotto il 5% a Roma e sotto al 3% a Napoli, dove invece dilagano gli avversari del Movimento Cinque Stelle. Già diversi esponenti hanno chiesto di tornare alle radici nordiste e al rapporto col territorio.

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Il ridimensionamento mette anche in difficoltà il ruolo del partito e del leader nel prossimo governo. Il meccanismo della legge elettorale ha fatto sì che comunque il carroccio ottenesse 100 parlamentari, risultando decisiva per la formazione dell’esecutivo, ma certamente la forza con sui Salvini può chiedere ministeri chiave per i suoi e soprattutto per sé è fortemente diminuita. La Premier in pectore Giorgia Meloni, per ora è cauta. Alla luce del risultato elettorale vorrebbe tenere per sè i ministeri chiave, ma potrebbe optare per consegnarne alcuni all’alleato senza però investire direttamente il segretario, a cui potrebbe essere assegnato un dicastero come l’Agricoltura. L’impressione però è che Salvini dovrà prima resistere al processo interno che si profila per poi eventualmente dedicarsi al suo ruolo nel futuro del paese.

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