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Von der Leyen: «Se Italia come l'Ungheria abbiamo strumenti». Poi si corregge. E arrivano i fondi del Pnrr

Le reazioni della politica italiana dopo le parole della presidente della Commissione Europea

Von der Leyen sulle elezioni italiane: «Se situazione difficile abbiamo strumenti». Salvini: «Squallida minaccia»
di Francesco Bechis
5 Minuti di Lettura
Venerdì 23 Settembre 2022, 10:16 - Ultimo aggiornamento: 24 Settembre, 12:22

Pensare che, tra i partiti in corsa, c’è chi fino a ieri rilanciava una “Coalizione Ursula”, formato italiano. Adesso invece Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, è al centro di un polverone, dopo la sua uscita durante una conferenza all’Università di Princeton. «Vedremo i risultati delle elezioni – la risposta a una domanda sulle urne italiane –. Il mio approccio è che qualunque governo democratico voglia lavorare con noi, ci lavoriamo insieme». Poi la postilla che accende la miccia. «Ma se le cose vanno in una direzione difficile - ho parlato del caso di Polonia e Ungheria – abbiamo gli strumenti». Apriti cielo. Una forma di interferenza sull’Italia, è sembrata. Tanto da scatenare una ridda di polemiche, non solo a destra ma anche tra i centristi come Renzi. Tanto che, ieri, da Bruxelles è arrivata la precisazione: «È chiaro – è la nota del portavoce della Ue Eric Mamer – che la presidente della commissione non è intervenuta nelle elezioni italiane e che ha fatto riferimento a procedure in corso sullo Stato di diritto (Polonia e Ungheria)».

Correzione di rotta a cui si aggiunge la notizia dell’imminente sblocco, da parte della Commissione Ue, della seconda rata dei fondi del Pnrr: 21 miliardi che secondo le previsioni dovevano essere liberati il 29 settembre, e invece otterranno il via libera con qualche giorno d’anticipo. E così si attenuano, almeno in parte, le polemiche. Con Giorgia Meloni, leader di FdI, che tende a smorzare: «Mi pare che la von der Leyen abbia già mandato una nota per correggere l’interpretazione che è stata data, per la quale le parole fossero un’ingerenza sulle elezioni italiane. Sarebbe stata una cosa francamente fuori misura rispetto al ruolo della commissione». E aggiunge: «Rispetto alle dichiarazioni che ho sentito fare ad alcuni commissari in questa campagna elettorale, penso che quando si entra a gamba tesa in una democrazia di uno Stato membro in realtà si fa qualcosa che nuoce alla credibilità della commissione. Perché una cosa sono i partiti politici, il Parlamento, il ruolo politico, ma i commissari è come se fossero i ministri di tutta la Commissione europea. Quindi consiglio prudenza, se si crede nella credibilità dei commissari europei e della Commissione». Poi Meloni se la prende con gli avversari: «Sulla von der Leyen la responsabilità è della sinistra italiana che è andata in giro per il mondo a sputare sull’Italia pur di vincere le elezioni. E questo è inaccettabile. La differenza tra noi e loro è che io in Europa non ho bisogno di parlare male dell’ Italia come fa Enrico Letta in campagna elettorale».

LE ALTRE REAZIONI

Nel frattempo, però, erano fioccate le reazioni. Matteo Salvini prepara una mozione di censura da presentare in Europa: «È un attacco alla democrazia, oltretutto con il ricatto: mi fermi i fondi europei se Salvini blocca gli sbarchi o il nutriscore. Alla faccia delle ingerenze internazionali». E l’arringa è andata avanti nel pomeriggio: «La signora si vergogni e chieda scusa, se ne ha il coraggio. L’Italia non è né l’Ungheria né la Polonia». Ce n’è anche per il premier Mario Draghi: «Non ho colto reazioni del professore e premier, Mario Draghi che rappresenta tutta l’Italia». E nel tardo pomeriggio il leghista riunisce i suoi per un flash mob davanti alla sede del Parlamento europeo a Roma. Critiche anche da altri esponenti del centrodestra. Romani (Italia al Centro): «Toni inopportuni». Giovanni Toti (Noi moderati): «Frase infelice ma strumentalizzata». Mentre per Guido Crosetto (FdI) «Il presidente del Consiglio non è il capo di un partito ma rappresenta l’Italia. E la Ue non può non confrontarsi con lui».

LE CONVERGENZE

Sull’entrata a gamba tesa della Commissione vanno in scena convergenze inedite. Matteo Renzi è tranchant. L’Ue, chiosa netto il leader di Italia Viva, non deve «entrare minimamente nelle questioni italiane». E anzi rilancia: «Faremo di tutto perché Meloni non governi ma rispetti il suo ruolo e ci aiuti a fare dell’Europa un luogo nel quale il presidente della Commissione possa essere eletto direttamente». Perfino Enrico Letta invita a dei distinguo: «È una frase che va chiarita perché se specificamente applicata all’Italia è ovvio che è un elemento che in questa fase elettorale provoca parecchio casino». Ma poi attacca Salvini: «Gravissimo il suo atteggiamento».

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