Paolo Balduzzi
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Scuola al bivio/ I nostri alunni e le pagelle da dare ai loro prof

di Paolo Balduzzi
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Lunedì 5 Dicembre 2022, 00:10

Pochi giorni fa la classifica delle scuole italiane “Eduscopio”, della Fondazione Agnelli, ha fornito informazioni interessanti e utili sia alle famiglie, che devono fare scelte importanti insieme ai lori figli, sia al Paese, cui vengono presentati esempi virtuosi di istituti scolastici. Buone pratiche, come si suol dire, che potrebbero essere utilizzate per migliorare la qualità del sistema educativo. Sempre che lo si voglia, naturalmente, e sempre che si creda a queste classifiche. È un inciso necessario; e anche un po’ doloroso, a essere sinceri. Perché sottintende due domande la cui risposta non sembra essere così ovvia. La prima: vuole lo Stato riconoscere che ci sono scuole che si comportano meglio di altre, perlomeno in termini di preparazione degli studenti al mondo del lavoro e/o all’Università? La seconda: è disposto lo Stato a delegare ad altri questa valutazione? Riteniamo che la risposta alla prima domanda debba essere positiva. Che le scuole siano diverse, e che lo siano anche gli insegnanti e i dirigenti, è il tipico “segreto di Pulcinella”: tutti lo sanno, nessuno lo ammette. Lo sanno i genitori, per esempio, che cercano infatti di ottenere ammissioni nelle scuole che si ritiene siano le migliori. E lo sa il mercato del lavoro, specialmente in campo universitario, che seleziona non solo rispetto al voto ma anche in base all’Università di provenienza.

Far finta che ciò non sia vero non fa altro che peggiorare la qualità delle altre scuole. L’importazione di quelle che abbiamo definito “buone pratiche” non vale solo a livello internazionale. Quante volte abbiano sentito dire: facciamo come la Francia, che usa il quoziente famigliare; o facciamo come i Paesi dell’est europeo, che hanno introdotto la “flat tax”; o infine, per restare in ambito scolastico, facciamo come gli Stati uniti, che valorizzano lo sport nelle scuole. Ecco, non c’è bisogno di guardare all’estero. Il “made in Italy” è fatto anche di diversità che devono contagiarsi a vicenda. Questo ci porta al secondo interrogativo: chi dovrebbe valutare questa differenza? Meritoria l’attività di Fondazione Agnelli, sia chiaro: ma davvero lo Stato può delegare una valutazione così cruciale a un istituto terzo? Il riconoscimento del merito, nell’istruzione, non può limitarsi – e forse non deve nemmeno orientarsi – verso gli studenti; piuttosto, deve riguardare insegnanti e dirigenti scolastici, responsabili, insieme alle amministrazioni competenti che gestiscono le strutture scolastiche, della qualità dell’istruzione offerta ai nostri figli. 

E qui cominciano le note dolenti. Perché il mondo della scuola, inutile nasconderlo, non si è mai prestato volentieri alla valutazione. O meglio: è il pubblico impiego in generale che solitamente mal sopporta l’attività di valutazione. Tuttavia, l’assenza di obiettivi e risultati da rispettare all’interno della scuola quasi ne snatura l’obiettivo di fondo, che è quello di puntare a una crescita continua. Peraltro, i margini di miglioramento appaiono enormi. Questa è insieme una buona e una cattiva notizia. È una buona notizia perché significa che, con i giusti incentivi, i giusti premi e i giusti riconoscimenti, la scuola italiana potrà velocemente arrivare a un’educazione d’eccellenza su tutto il territorio nazionale. Ma è anche una cattiva notizia, perché al momento i risultati non possono certo definirsi soddisfacenti. Se confrontiamo infatti le competenze acquisite dai nostri alunni con il resto del mondo, percepiamo subito quel sapore di amaro in bocca che contraddistingue le grandi delusioni. Sono i test Pisa dell’Ocse a certificarlo. Certo, una metodologia di ricerca criticabile: ma rifiutarne i risultati solo su base ideologica e non scientifica non risolve alcun tipo di problema. 

Cosa ci dicono quindi i test Pisa? Ci dicono che gli studenti italiani sono meno forti in lettura e scienze rispetto alla media dei Paesi considerati e giusto vicino alla media per matematica; non solo: notevoli sono anche i divari regionali. Debolezze che poi si ripercuotono sull’intera popolazione quando questi studenti diventeranno cittadini nel pieno dei loro diritti, dei loro doveri e delle loro responsabilità. Quando cioè dovranno prendere decisioni fondamentali per sé o per la propria famiglia. O anche, per dirla tutta, quando dovranno votare. 
È una bella bugia valida solo nel secolo scorso quella che per votare basti un “X”, così che possano farlo anche gli analfabeti. Ciò significa rendere il voto una mera operazione meccanica che non richiede comprensione del proprio gesto. 

Un cittadino con poche competenze sa davvero distinguere promesse elettorali irrealistiche da progetti utili al Paese? Questo non significa certo limitare il diritto di voto a qualcuno; anzi, proprio il contrario: significa che la qualità di una democrazia passa proprio dalla valorizzazione della scuola. Cosa ci attende, per il futuro? Cosa prevedono, più prosaicamente, la nuova legge di bilancio e il Pnrr in campo educativo? Per quanto riguarda la legge di bilancio, al momento non si vede molto, visto che, anche giustamente, si è deciso di utilizzare la manovra per affronta altre priorità di breve o brevissimo periodo. Ci salverà quindi, forse, il Pnrr. Sempre che tutti i progetti previsti non rimangano solo sulla carta.

Durante la prima lezione di un tipico corso di informatica alla scuola dell’obbligo, si insegna che un elaboratore, per funzionare, ha bisogno di hardware e software. Nella scuola, l’hardware sono le strutture e queste, come abbiamo ricordato pochi giorni fa, in molti casi sono altamente inadatte allo scopo; il software invece è costituito dal corpo docente e dirigente. Dimenticarsi dell’uno o dell’altro aspetto significa non solo consegnare al Paese una macchina non funzionante bensì, e questo è anche peggio, un futuro dai tratti sempre più cupi.

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