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Ferdinando Adornato

Verso il voto/I detrattori della politica che snobbano i referendum

di Ferdinando Adornato
4 Minuti di Lettura
Giovedì 9 Giugno 2022, 00:21 - Ultimo aggiornamento: 23:38

A giudicare dai sondaggi sembrerebbe che il destino dei cinque referendum sulla magistratura sia segnato. Niente quorum il 12 di giugno. Se così davvero andrà, ci troveremo di fronte all’ennesima occasione perduta dal popolo italiano di decidere “direttamente” la politica nazionale. 


Ci fu un tempo nel quale, soprattutto in materia di diritti civili, dal divorzio all’aborto, ma anche sui temi del nucleare e della legge elettorale, i cittadini seppero “usare” con convinzione lo strumento referendario innescando significative, e persino storiche, innovazioni. 
Oggi non è più così: forse anche a causa di errori politici e di comunicazione dei promotori, sono ormai numerosi i quesiti, costituzionali o civili, andati disattesi a causa di una massiccia “diserzione” delle urne. Tanto che più d’uno si è chiesto, e si chiede, se non sia il caso di rivedere le norme che stabiliscono il quorum necessario a garantire la “validità” del responso popolare.


Ma, per non fasciarsi la testa prima del tempo, visto che gli italiani hanno ancora qualche giorno davanti per smentire i sondaggi, vale forse la pena di riflettere su quello che si potrebbe definire il “paradosso dell’astensione”. Non c’è alcun dubbio sul fatto che l’Italia attraversi un’epoca di radicale critica della politica, del ruolo dei partiti e del Parlamento. 


Al punto che le ultime elezioni hanno consegnato la maggioranza relativa a un movimento che di tale contestazione ha fatto la propria bandiera. Un italiano su tre ha votato per i 5Stelle. Ricordiamolo: fu un fenomeno inaspettato e clamoroso che certificò la crisi storica del nostro sistema politico. 
Del resto, il movimento fondato da Grillo non si faceva scrupolo, soprattutto sotto la spinta di Gianroberto Casaleggio, di ipotizzare un vero e proprio “superamento” della democrazia parlamentare, promuovendo nuove forme di democrazia diretta o di democrazia elettronica.


Non serve qui tornare a discutere sull’illusorietà o sulla pericolosità di tale prospettiva, né sull’attuale decadenza di quel movimento. Vale piuttosto la pena di farsi una domanda: perché gli italiani, contestando così fortemente i partiti e la democrazia rappresentativa, si rifiutano poi, nel contempo, di aderire agli strumenti della democrazia diretta? Eccolo il “paradosso dell’astensione”.


Sembrerebbe di poter affermare che la Grande Indignazione contro la Politica non riesca, almeno in questi anni, ad accompagnarsi ad una contestuale, e altrettanto forte, assunzione di responsabilità. Emerge qui una tipica sindrome del carattere italiano, raramente contraddetta nella nostra storia: quella di volersi sentire, nonostante tutto, sotto costante “tutela” da parte dello Stato e dei partiti, mai protagonista autonomo di scelte alternative.
Si tratta di una sorta di “furbizia nazionale” che consente di assegnare la responsabilità delle cose che non vanno sempre “agli altri”, restando a questo modo liberi di continuare a coltivare un diffuso rancore contro tutto e tutti. 
Intendiamoci: la denuncia verso la politica degli ultimi anni è ampiamente comprensibile. Ma se si presenta l’occasione di spezzare il muro delle omertà e delle inefficienze, il blocco cronico di qualsiasi attitudine riformista, perché rifiutarsi di farlo? Perché disertare anche le urne della “democrazia diretta”? Qualsiasi rancore o lamento, infatti, cessa di essere giustificato in assenza della disponibilità ad un altrettanto determinato impegno civile. 
La strada maestra per cambiare le cose è la responsabilità, non l’indifferenza. Si aggiunga poi che i quesiti del 12 giugno attengono al ruolo della magistratura, materia assai “sensibile”, che tutti gli indicatori certificano essere tra le principali ansie degli italiani, perché incide direttamente sulla loro vita di tutti giorni.


Come si potrà in futuro continuare a denunciare le storture, se non gli abusi, del nostro potere giudiziario, se renderemo vana l’occasione che ci viene offerta?
L’Italia politica non attraversa un buon momento. Il tramonto dei partiti, il tendenziale esaurimento della loro democrazia interna e del rapporto con il territorio, l’avversione per il concetto di mediazione politica, la scarnificazione della rappresentanza sociale, la selezione oligarchica dei parlamentari, hanno finito per relativizzare la stessa rappresentanza producendo un inevitabile, conseguente deficit di democrazia. 


Se a ciò si aggiungesse anche il reiterato rifiuto degli italiani di avvalersi della democrazia diretta, non ci troveremmo certo di fronte a un momento memorabile. Perciò, a prescindere dai giudizi di merito sui quesiti, le persone di buon senso che hanno a cuore il destino della democrazia, devono augurarsi che il 12 giugno gli italiani, scegliendo il sì oppure il no, facciano comunque superare il quorum al referendum. Non smentirebbero soltanto i sondaggi, ma anche qualche frusta debolezza della nostra cultura nazionale.

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