Ferdinando Adornato

La lezione di Draghi e il sistema bloccato

di Ferdinando Adornato
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Domenica 22 Maggio 2022, 00:03

Che ne sarà dell’Italia dopo Draghi? Nonostante manchi quasi un anno alle prossime elezioni, la domanda comincia a circolare, con una certa insistita preoccupazione, nella classe dirigente e nell’opinione pubblica. E’ un effetto della grande stima che l’ex banchiere si è finora saputo guadagnare (anche nel mondo) ma anche, e forse soprattutto, della scarsa fiducia riposta nella nostra classe politica. Chiariamo subito una cosa: è questo il momento giusto per porsi la questione. Se i partiti, infatti, vogliono arrivare preparati all’appuntamento del dopo-Draghi, è adesso che devono cominciare a elaborare l’offerta politica da proporre agli italiani in un momento così delicato della storia nazionale ed europea. 

Purtroppo le avvisaglie non sono confortanti. Le baruffe di questi giorni rendono evidente che nessuno cerca di dotarsi di pensieri lunghi. Le pretestuose polemiche sull’invio di armi all’Ucraina e la tentazione di puntare esclusivamente sugli “scostamenti di bilancio”, fanno intravedere piuttosto le solite liti di cortile orientate al tornaconto elettorale. In particolare Salvini e Conte, forse rimpiangendo i tempi della loro “liaison”, sembrano fare di tutto per dimostrare che il loro futuro a breve li interessi più del destino del Paese. Così coalizioni già fragili, il centrodestra come il centrosinistra, rischiano di implodere. Del resto, senza la guida di Draghi, le prove dell’affidabilità dell’attuale classe politica non sono poi state molte. Basta tornare con la mente a quella “notte degli imbrogli” che è stata la recente elezione del Capo dello Stato. Prima che la scelta di Mattarella togliesse a tutti le castagne dal fuoco, confusione, improvvisazione e incapacità avevano regnato sovrane.

Va detto, però, che il problema non riguarda solo le attuali leadership. Torniamo a considerare un dato troppo spesso ignorato: da tempo il nostro sistema politico è sostanzialmente “bloccato”. Negli ultimi dieci anni, per ben due volte, il Parlamento paralizzato dalle difficoltà, ha dovuto affidarsi a due “Mario della Provvidenza”, prima Monti, ora Draghi. Nell’intervallo il centrosinistra ha dato vita addirittura a tre governi: Letta, Renzi e Gentiloni, tutti sempre attraversati da insanabili divisioni, prodromiche di scissioni. Successivamente, dopo le elezioni del 2018, ha occupato il campo la rivolta grillina con l’avvento del professor Conte e i suoi “governi degli opposti”, prima con la Lega e poi con il Pd. Non esattamente il massimo della trasparenza e della stabilità pure promesse dai seguaci di Grillo. E’ stato già detto tante volte: la Seconda Repubblica ha fallito nel compito di dare all’Italia una moderna democrazia dell’alternanza. Ma la Terza non è mai nata. Così l’Italia politica di oggi vive, smarrita, in una “terra di mezzo” nella quale né rappresentanza né governabilità riescono a essere garantite senza far ricorso, appunto, a governi di unità nazionale affidati a “uomini della provvidenza”. 
Di qui l’urgenza della domanda che, sicuramente, ci accompagnerà fino al 2023: che ne sarà dell’Italia senza Draghi? Una possibile soluzione al “blocco sistemico” avrebbe potuto arrivare all’elezione diretta del Presidente della Repubblica. In Francia, del resto, senza il semipresidenzialismo non ci sarebbe Macron al potere ma, molto probabilmente, dato l’esito delle ultime legislative, una coalizione Le Pen-Melenchon, cioè una raggelante anomalia, sorella (forse persino più arcigna) di quella italiana dei governi Conte. Ma questo discorso è chiuso: da noi, si sa, il terreno delle riforme istituzionali è pressoché impraticabile. Il deficit di riformismo cammina a braccetto con la carenza di “pensieri lunghi”. E così si torna al punto di partenza: in assenza di riforme istituzionali condivise, e in previsione della riduzione del numero dei parlamentari, la palla torna completamente in mano ai partiti. 

L’unica speranza è che essi, in specie quelli di Letta e Meloni, che sembrano i leader più affidabili, vogliano usare il tempo che hanno davanti non per improduttivi regolamenti di conti, ma per preparare programmi, staff governativi, incontri di carattere europeo e mondiale, iniziative di formazione politica e, infine, liste di candidati all’altezza del momento storico. Il nuovo quadro geopolitico imposto dalla guerra mossa dalla Russia all’Ucraina, le necessarie riconversioni energetiche e climatiche, le prevedibili straordinarie difficoltà economiche che avremo di fronte, impongono di chiudere in modo deciso l’iconoclasta epoca grillina e tornare a puntare sulle più alte competenze del Paese. Il mondo che cambia chiede, ancora più di prima, statisti non politicanti. Se così non fosse non resterà che sperare in un “pareggio”, che imponga ai partiti di supportare uniti, se non lo stesso Draghi, un altro uomo della provvidenza. Ma anche questi oramai cominciano a scarseggiare. 

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