Ferdinando Adornato
Ferdinando Adornato

Elezioni/ Quei temi dimenticati dai partiti

di Ferdinando Adornato
4 Minuti di Lettura
Domenica 25 Settembre 2022, 00:07

È difficile dire se la campagna elettorale che si sta per concludere sia stata, come qualcuno sostiene, la più brutta della nostra storia repubblicana. In fondo, in momenti di competizione come questi, è inevitabile che la propaganda, con i suoi aspri scontri verbali, conquisti la scena pubblica. Ed è forse una pia illusione attendersi argomentazioni razionali sul futuro del Paese. Tuttavia, riavvolgendo il film degli ultimi due mesi, si può definire quest’inedita estate italiana come un tempo di “occasioni perdute”. In particolare su tre temi.


Il primo è senz’altro il cambiamento climatico. Al di là dei compitini elaborati con diligenza nei programmi dei partiti, non una parola significativa è stata spesa per “mettere al centro” della battaglia per Palazzo Chigi la sfida principale per il nostro futuro. Eppure, prima la siccità e poi l’imprevista alluvione delle Marche sono arrivate, con la puntualità di un orologio svizzero, a ricordarci cosa ci aspetta se non corriamo ai ripari. Niente, monito non pervenuto: al di là delle obbligatorie frasi di circostanza, nessuno ha richiamato gli accordi di Parigi o gli impegni europei di ridurre le emissioni di gas serra del 55 per cento entro il 2030, almeno per spiegare se e come si intenda corrispondere a tali obiettivi. Con quali progetti di difesa delle aree a rischio idrogeologico, di salvaguardia delle acque marine, di efficientamento delle reti idriche. Ha prevalso la solita “commedia all’italiana”: parlare sempre dei giusti ristori ma mai delle nuove, indispensabili strategie di prevenzione. Ma come ci si può dichiarare preoccupati del futuro delle nostre economie sorvolando sul fatto che l’ormai certo riproporsi di temperature elevatissime e di fenomeni metereologici estremi, comporti costi enormi per tutti i bilanci nazionali? Sia chiaro: la lotta al cambiamento climatico non è solo un sacrosanto obiettivo ecologico, ma è anche un evidente atout economico e finanziario. Dal quale dipende la nostra sopravvivenza.


La seconda occasione perduta riguarda proprio il destino dell’Unione europea. Tante parole e tante invettive sono state consumate sul ruolo di Orban e sull’affidabilità dei diversi schieramenti politici. Ma nessuno ha richiamato gli impegni presi da von der Leyen, da Macron e dallo stesso Draghi di modificare i trattati Ue per oltrepassare il metodo dell’unanimità e approdare a decisioni prese “a maggioranza”. Si intende continuare questa battaglia? Non è dato sapere. Eppure sta proprio qui la vera soluzione della “questione Orban”. Infatti, fino a che l’Ue resterà una confederazione di Stati, un’assemblea intergovernativa, sarà difficile bypassare le deliberazioni dei singoli governi e contestarne la legittimità. Al massimo, si potrà, come sta avvenendo con l’Ungheria, immaginare “punizioni finanziarie” ad hoc. Ma è evidente che una vera svolta si potrà realizzare solo nell’orizzonte di una federazione europea, con tanto di autonoma politica estera, di difesa, ed economica, usufruendo di normali procedure democratiche che superino ogni diritto di veto. Ma, ancora una volta, in luogo di affrontare il problema alla radice, si è preferito sfruttare la “Orbanfobia” a fini di spicciola polemica elettorale. Al solito, si è guardato il dito e ignorata la luna.


La terza occasione perduta ha riguardato il tema del presidenzialismo. Anche in questo caso l’invettiva politica ha preso il sopravvento, con tanto di evocazione di presunti pericoli autoritari, se non addirittura di nuove marce su Roma. Eppure tutti i più autorevoli costituzionalisti, da ultimo Sabino Cassese, da tempo richiamano l’attenzione sull’acuta crisi della democrazia parlamentare italiana e sullo squilibrio ormai evidente tra il potere esecutivo e quello legislativo, nonché sulla mancata corrispondenza tra sovranità popolare e scelta del premier. E non c’è bisogno di alcun esperto per rendersi conto che, negli ultimi dieci anni, per ben due volte prima con Monti e poi con Draghi, si è dovuto ricorrere a demiurghi extrapolitici per dare risposta a crisi politiche altrimenti irrisolvibili. Il fatto è che, senza veri partiti di massa, la democrazia parlamentare, che nella Prima Repubblica aveva dato il meglio di sé, ormai soffre di astenia e una Grande Riforma dell’assetto dello Stato (messa in agenda da più di quaranta anni!) si rivela improcrastinabile. Perché le forze politiche non affrontano insieme questo nodo storico invece di demonizzare chiunque si provi ad esporlo?


Tre occasioni per perdute. Si spera che dopo il voto si possa affrontare questi ed altri argomenti (la crisi della scuola ad esempio) con adeguata razionalità e doveroso equilibrio. Il fatto è che troppo spesso in Italia, la nostra endemica faziosità ci fa dimenticare che l’arte di amministrare la polis fonda la sua ragione nella leale competizione tra soggetti tutti egualmente consapevoli di servire la nazione. In altri termini: avversari nei programmi ma alleati nel traguardo del bene comune. Così dovrebbe essere, ma ancora così non è. Soprattutto nelle campagne elettorali.
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA