Il welfare che serve/Quanto costa alle famiglie l’inerzia dello Stato

Giovedì 20 Agosto 2020 di
Dopo aver raggiunto uno storico accordo per la distribuzione del Recovery Fund, è partita la gara per deciderne l’allocazione. Le risorse a disposizione sono molte, ma non infinite. Innanzitutto, devono essere previsti interventi di rilancio che sarebbero necessari anche senza l’emergenza Covid, come le infrastrutture, in special modo del Sud. 
Altri interventi invece devono essere gioco forza più contingenti e figli del tempo drammatico che stiamo vivendo: adeguamento delle strutture e sostegno al personale sanitario, potenziamento dell’attività di ricerca e sviluppo, interventi ad ampio raggio nel campo dell’istruzione (infrastrutture e personale). 

Il momento è inoltre anche maturo per interrogarsi non solo su come spendere (il quanto, una volta tanto, potrebbe essere una questione secondaria) ma anche sulla dimensione stessa dell’azione pubblica. La questione può in prima battuta essere ben esemplificata attraverso il dibattito sulla privatizzazione, per esempio, di sanità e scuola. Al di là della posizione che ognuno di noi può avere su questi temi, essi hanno almeno il pregio di essere dibattuti alla luce del sole.

In realtà, esiste una più profonda tendenza in atto da tempo nel nostro Paese e che necessita di una adeguata chiave di lettura per diventare evidente.

Una tendenza a volte presentata addirittura come modello virtuoso. Vale a dire il ricorso alle famiglie come soggetto del Welfare state. Dichiariamolo in maniera esplicita: al momento, è la scelta peggiore che si possa fare. Nel dibattito sul privatizzare sì o privatizzare no non ci si è infatti accorti che il sistema di assistenza è ben più privatizzato di quanto possa apparire: bambini dimenticati dallo Stato e dai Comuni che, pandemia o meno, richiedono ai genitori che lavorano uno sforzo organizzativo ed economico immane, talvolta portando alle dimissione da parte delle madri (abbandona il lavoro il 50% delle lavoratrici dopo il secondo figlio); malati non ospedalizzati lasciati a loro stessi o alla cure di famigliari altrettanto anziani e bisognosi a loro volta di aiuto; famiglie con portatori di handicap, posti per tutta la vita di fronte al drammatico dilemma di che cosa succederà ai loro figli in caso di scomparsa dei genitori.

Quello che sta accadendo in questi giorni ne è un esempio lampante: il seppur giusto sostegno ad alcuni settori in crisi (turismo, svago) e la necessaria tutela della salute di alcuni lavoratori, come quelli legati al mondo dell’istruzione, potrebbero però avere l’effetto di bloccare la riapertura delle scuole, almeno nelle parole di Walter Ricciardi, riportate l’altro ieri dal Messaggero. Un evidente meccanismo perverso che finisce per scaricare sulle famiglie gli effetti di politiche industriali e sanitarie evidentemente mal calibrate. 

A differenza dei casi di privatizzazione esplicita, qui è esclusivamente il caso a guidare la fortuna degli individui. Chi ha la sorte di nascere in una famiglia coi mezzi adeguati, non patisce questa delega del welfare; chi invece non ha questa fortuna, ne subisce totalmente le conseguenze. Non è poi tanto una questione di critica al principio di sussidiarietà, quanto piuttosto all’incoerenza di un sistema che considera la famiglia una pedina fondamentale quando si tratta di delegare l’assistenza e invece riconosce principalmente solo l’individuo quando si tratta di tassare, lasciando alla famiglia a una serie di interventi frammentati e straordinari, legati a variabili economiche spesso manipolabili (come il reddito e l’Isee).

Il sistema non funziona, è inutile negarlo. Nel dibattito estivo, qualcosa sembrerebbe muoversi, almeno per quanto riguarda le famiglie con figli. Ma spesso tutte le buone idee si arenano in non meglio specificati problemi di risorse quando in autunno con la legge di bilancio i nodi vengono al pettine. Inoltre, benché gli eventuali benefici fiscali siano comunque apprezzabili, a mancare sono i servizi. E se mettere i soldi in tasca alle persone è necessario e doveroso per contrastare la povertà, questo non può che essere un intervento temporaneo. Perché lo sviluppo, collettivo e personale, passa attraverso le opportunità di mettersi in gioco, di lavorare o di creare impresa; non certo attraverso l’assistenzialismo clientelare di sussidi infiniti.

Ripensare il modello di welfare richiede dunque la creazione di opportunità innanzitutto per favorire l’occupazione, tenendo ben presente che il Paese ha caratteristiche molto diverse. Per esempio, il tasso di occupazione in Italia è pari al 59%: ma questa media è figlia di situazioni al limite della piena occupazione - per i lavoratori maschi al Nord, il cui tasso di occupazione raggiunge il 75% - e altre, al contrario, al limite del sottosviluppo: il tasso di occupazione femminile al Sud è infatti pari al 32%. Non sono gli individui ad essere diversi, bensì gli incentivi e le opportunità offerte. 

Se le Regioni del Nord possono competere con le migliori regioni europee, alcune tra quelle del Sud occupano gli ultimi posti in Europa. Lo ha riconosciuto nelle sue conclusioni lo stesso Consiglio europeo: lo sviluppo dei Paesi membri passa anche attraverso la riduzione delle disuguaglianze. Ma le disparità non si possono certo ridurre se, proprio per la mancanza di un welfare adeguato, le persone sono costrette a rinunciare a lavorare. Allora, perché non pensare di usare le risorse europee anche per questa piccola grande rivoluzione, culturale e assistenziale, che permetterebbe alle persone più fragili maggiore protezione e alle persone più abili (economicamente parlando) di non dover rinunciare a lavorare per mancanze da parte dello Stato?
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