La sfida da cogliere/Meno proteste, più progetti: ecco i giovani che servono

Lunedì 24 Agosto 2020 di
Siamo come sospesi. Nell’estate più calda e strana che gli italiani abbiano mai vissuto. Sospesi tra la nostalgia di un passato di declino lento ma senza sobbalzi, che è finito alla fine di febbraio, ed un futuro nel quale cominceremo a navigare a settembre e che, ora, facciamo fatica persino ad immaginare. Per qualche settimana è come se un’intera società si fosse aggiustata a vivere di sussidi che ci hanno protetto da una crisi devastante e che, però, non potranno che evaporare molto presto. 



Manca una teoria di questo mondo nuovo nel quale stiamo per precipitare e manca un soggetto politico che sia capace di rappresentare gli interessi di chi in quel futuro vivrà buona parte della propria esistenza (mentre i politici italiani nei salotti estivi ammettono candidamente che non è tra i propri compiti quello di produrre “pensieri lunghi”); mancano giovani che siano capaci di elaborare e portare a compimento un’agenda di cambiamento che non può essere – a questo punto – che radicale e di lungo periodo. 

Potrebbe essere questo il senso ultimo da dare all’avvertimento lanciato qualche giorno fa da Mario Draghi, il banchiere abituato a navigare “acque fuori dalle mappe”, nonché una delle pochissime riserve di una Repubblica che ha bisogno assoluto di classe dirigente. 

La domanda decisiva, a questo punto, è però: «Che fare? In che maniera questa “questione morale” deve entrare nel piano di riforme e investimenti che è l’ultima possibilità che l’Italia si gioca ad ottobre?»
C’è un grafico (pubblicato in questa pagina e contenuto nel mio ultimo libro sulle “lezioni” che potremmo imparare osservando l’Asia) che rappresenta bene il dramma di un Paese: nel 2007 quando deflagrò la Grande Crisi, il tasso di occupazione degli italiani che avevano un’età compresa tra i 25 e i 30 anni (quella decisiva che segue gli studi universitari) era del 65,5%; per quelli con più di 50 anni ma meno di 60 era del 58,1%. Nel 2019, lo stesso numero è crollato di dieci punti per i giovani (al 56,3%) ed è, invece, simmetricamente aumentato della stessa misura (al 69%) per gli anziani. 
In pratica la crisi è stata interamente pagata dalle generazioni più giovani e, anzi, i numeri dicono che essa ha dato luogo ad un travaso di ricchezza, reddito, posti di lavoro di cui, a sorpresa, sembrano aver beneficiato quelli che sono vicini alla pensione (in fondo la percentuale di italiani che lavorano è rimasta – negli ultimi tredici anni – invariata). 
Questi dati disegnano, in realtà, un paradosso che dice molto della natura della crisi italiana: un paradosso perché proprio in un momento di crisi, un sistema dovrebbe apprezzare maggiormente lavoratori giovani che sono, mediamente, più creativi, flessibili e costano di meno. Ed invece sembra che la società italiana abbia complessivamente sviluppato la tendenza a reagire al proprio declino affidandosi alle proprie abitudini (sbagliate) e rafforzando la richiesta di protezioni. 
Il mistero italiano diventa, del resto, ancora più fitto se si pensa che gli stessi numeri dicono che solo in Italia la capacità di trovare lavoro di un giovane laureato è inferiore a quella che ha uno che è in possesso del solo diploma. Due, allora, le condizioni per rifare dell’Italia un Paese per giovani (senza i quali, in fondo, non resteranno più risorse neppure per i loro nonni).

In primo luogo, bisogna, subito, passare dagli appelli alle scelte concrete. 
Arrendersi all’evidenza che ritroveremo futuro solo se riprogettiamo la società italiana attorno alla Scuola e all’Università (che definirono per secoli cosa siamo) significa realizzare un travaso di risorse pubbliche di direzione uguale e contraria rispetto a ciò che è avvenuto negli ultimi decenni. Spendiamo in pensioni quattro volte di più di quello che investiamo in educazione: un piano di riforme e investimenti che continui ad accettare che tale situazione si inverta non prima del 2040 (che è la previsione contenuta dai Def prodotti da tutti i governi italiani negli ultimi dieci anni a prescindere dal colore politico), certificherebbe la prevalenza dell’inerzia sulla necessità di cambiare. 
Non meno importante è, però, una spinta alla modernizzazione dell’apparato produttivo italiano. Se così depressa è la domanda di giovani laureati da parte delle aziende, ciò non dipende solo dalla scuola ma anche da imprenditori che – con eccezioni – mostrano una propensione al rischio insufficiente. 

Devono aumentare i livelli di concorrenza e vanno spezzate le rendite di posizione (spesso microscopiche e assai dannose); i finanziamenti europei (significativi ma da restituire in pochi anni) andrebbero allocati a fondi chiusi e strumenti di “finanza di impatto” che mobilitino capitali pubblici e privati per far crescere “start up” capaci, finalmente, di uscire dalle proprie nicchie e sfidare le imprese più grandi.

E, tuttavia, prima ancora del tempo delle scelte, c’è quello della politica. Bisogna smetterla di considerare i giovani come utenti di un cambiamento che altri dovranno apparecchiare, «sentendone le istanze». Quella che stiamo cercando è una trasformazione profonda e essa non si fa senza il gruppo sociale (qualcuno l’avrebbe chiamato “classe”) che ne ha più bisogno. È sbagliato – come succede con le Sardine e persino per gli adolescenti ispirati da Greta – chiudere un atto di protesta limitandosi a promettere di “sorvegliare” chi compierà le scelte. Abbiamo bisogno di chi – stavolta – occupi le scuole per tenerle aperte e trasformarle nella trincea a “tempo pieno” dove si riprogetta una società capace di resistere ai virus e all’ignoranza. Abbiamo bisogno di studenti universitari bravi per fare delle università il luogo per costruire imprese capaci, finalmente, di competere con i giganti di internet di cui siamo diventati inermi consumatori. 

I giovani sentono – come è normale in un Paese in declino da anni – che è il significato stesso di futuro che ci sta sfuggendo di mano: c’è chi reagisce ballando in discoteche che dovevano essere chiuse; e molti provando a fare servizio civile. Manca ancora però un progetto capace di coinvolgere. Ci sono state in Italia stagioni politiche che hanno avuto come protagonisti giovani divenuti capi di governo promettendo rottamazioni. E Movimenti che hanno stravinto le ultime elezioni convincendo la metà degli elettori più giovani. La delusione per certe infatuazioni non toglie che è, ad esempio, da giovani amministratori locali (come quelli che si formano ai corsi dell’Anci) o da Think Tank nuove (come Tortuga che ha appena pubblicato un libro che si chiama – appunto – “Ci pensiamo noi”) che possono emergere le idee di cui ha bisogno l’appello di Draghi.
La storia non è un esperimento che serve a far fare le previsioni di cui vivono economisti di scarsa qualità; ma una vicenda il cui esito dipende da uno scontro di volontà di cui facciamo parte.
www.thinktank.vision Ultimo aggiornamento: 02:07 © RIPRODUZIONE RISERVATA