Come usare i fondi/La lotta impari contro il virus senza l’arma della banca dati

Lunedì 26 Ottobre 2020 di
Come usare i fondi/La lotta impari contro il virus senza l’arma della banca dati

«Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione? Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza?» Fu Thomas Stearns Eliot, cento anni fa e grazie all’intuizione di cui si nutrivano i grandi poeti, a fornire la spiegazione più sbalorditivamente esatta del paradosso che l’Italia e l’Occidente sta vivendo in questi mesi di epidemia fuori controllo: non necessariamente un aumento di informazioni incrementa la nostra conoscenza; e non è inevitabile che maggiore conoscenza si traduca nella saggezza che occorre per governare società complesse. 


Nel mondo dei “big data”, il fallimento che consegneremo alla Storia è che mentre la quantità di informazioni che riguardano tutti raddoppiano ogni diciotto mesi, siamo – dopo otto mesi dall’inizio della pandemia – senza neppure uno straccio di banca dati, sia a livello italiano che europeo, che permetterebbe ad un politico o ad uno studioso di capire come risolvere – città per città – l’equazione difficile che il virus ci impone. 


Lo scandalo è che, in un contesto nel quale la “privacy” fu, da tempo, sacrificata sull’altare di onnipotenti monopoli digitali, abbiamo rinunciato per difenderne il simulacro, alla più potente arma che avevamo a disposizione per combattere il nemico che sta vincendo. 

 

 

E sembra, a volte, impotente la stessa scienza delle università europee frammentata com’è in micro specializzazioni sempre più irrilevanti di fronte ad una complessità che richiede la capacità di unire invece i dati per arrivare ad una soluzione.
Tre sono i buchi neri rispetto ai quali è urgentissimo che i governi – quello italiano ma la stessa Commissione europea– assumano decisioni, in un mondo nel quale i dati sono più importanti, persino, dei soldi (del cosiddetto “Recovery Fund”).


Va, innanzitutto, considerato un investimento assolutamente prioritario quello necessario a realizzare in tempi brevissimi (molti dei dati ci sono già) un unico sistema informativo nazionale sull’epidemia che alimenti una banca dati che deve essere pubblica. Non ci possiamo più permettere soluzioni troppo generali per essere efficienti (perché mai, ad esempio, si stabilisce che sull’intero territorio nazionale almeno il 75% della didattica delle scuole superiori deve essere a distanza, se enormi sono le differenze tra un liceo ed una scuola tecnica e altrettanto grandi sono quelle tra un liceo in provincia di Oristano ed uno a Milano?) ed avere informazioni usando l’intero Paese come fonte è fondamentale anche solo per giocarsi la partita contro una natura che ci sta surclassando. Avere più dati è questione insieme di democrazia ed efficienza e non possiamo continuare a far finta di decidere aspettando studi epidemiologici rifatti su misura o facendo ricorso ad aneddoti sparsi. 


Deve essere anzi questa anche l’occasione per unificare a livello nazionale i dati di ventuno informatiche regionali che, finora, sono quasi sempre servite solo ad alimentare consulenze inutili. Fondamentale può essere, in questo senso, il ruolo dell’Unione Europea (vista l’impotenza di un’Organizzazione Mondiale della Sanità che pretende di governare un’epidemia globale avendo a disposizione un budget inferiore a quello che sulla sanità spende la Regione Molise).


Attualmente le risorse del meccanismo europeo di stabilità (Mes) dedicate agli ospedali, sono quasi cannibalizzate dall’intervento della Banca Centrale Europea che garantisce a Stati fortemente indebitati di indebitarsi ulteriormente a tassi quasi negativi; la sanità deve diventare, invece, priorità della parte a fondo perduto dell’intervento della Commissione e va attaccata ad un’unica condizione, che deve essere quella di garantire una capacità di lettura dell’epidemia a livello continentale. 


Esiste uno striminzito Centro Europeo per la prevenzione ed il controllo delle malattie, ma con tutta evidenza molto di più va fatto perché il Covid-19 segna la crisi di un modello sanitario e di welfare che ritenevamo superiore a qualsiasi altro (il grafico che accompagna questo articolo dimostra come i Paesi dell’Unione stanno pagano un prezzo più elevato di altri che in sanità e welfare spendono molto di meno); e non si può continuare a chiedere all’Europa di curare in ritardo disastri che l’Europa non può neppure contare.
In secondo luogo, la “guerra” la stiamo perdendo sul fronte del tracciamento. Abbastanza incomprensibile fu la decisione (di nuovo europea e concordata con tutti gli Stati membri) di dotarsi di ventisette nuove applicazioni nazionali nel nome di una protezione di dati personali che ci è già sfuggita di mano. Molto più semplice sarebbe stata ed è ancora l’opzione – praticata in Israele e in Corea del Sud – di fornire ad ogni cittadino gli strumenti per poter chiedere ai propri fornitori di servizi legati al tracciamento (da Google a Garmin) di trasmettere l’informazione sulla propria posizione. 


Ciò ci avrebbe dato l’arma che sta facendo vincere l’Asia e avrebbe, finalmente, reso le persone consapevoli di propri diritti che l’Europa sta cercando di difendere con regolamentazioni (come quella del Gdpr) che rimarranno scarsamente efficaci fino a quando non si incontreranno con l’energia dei singoli cittadini che ne scoprono la forza.
Immuni, in questo senso, è una buona applicazione, nata però da una scelta politica – italiana ed europea – che tanto assomiglia a quella di chi decide di andare in guerra armato di un elegante ed inutile temperino.
Infine, il rapporto tra scienza e politica. Di fronte alle incertezze di un secolo che ci impone questioni radicali e nuove, ricorrere agli “esperti” diventa una contraddizione logica. Persino semantica. L’esperto non può vedere l’innovazione non incrementale e vi ha, persino, un conflitto di interesse (nel senso che rischia di esserne spiazzato). 


Al posto di “comitati tecnico-scientifici” andrebbero riorganizzati gruppi di persone intelligenti che si ritrovano attorno ad un problema che vogliono, devono risolvere. E tale esigenza andrebbe colta per ristrutturare le stesse università articolate – a Roma come ad Oxford – in centinaia di comunità accademiche autoreferenziali che vivono di pubblicazioni che nessuno legge e sempre meno rilevanti.
È allo spirito della generazione dei grandi intellettuali del Novecento come Eliot che, in fondo, bisognerebbe tornare. Ed è questa l’occasione che un’ora così buia ci presenta. Per ricominciare a risolvere domande fondamentali come quella di come riportare le macchine al servizio dell’uomo e le informazioni alla base di un’intelligenza collettiva di cui abbiamo bisogno per ritrovare equilibri che abbiamo perso.


www.thinktank.vision 

 

 

 

Ultimo aggiornamento: 00:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA