Riccardo De Palo
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Riccardo De Palo

Desy Icardi, il nuovo romanzo: «C'è un impero dei sensi dentro quella macchina da scrivere»

Mercoledì 26 Febbraio 2020 di Riccardo De Palo
«Senza memoria, ogni cosa perde di valore e di utilità», dice la protagonista del nuovo romanzo di Desy Icardi, "La ragazza con la macchina da scrivere" (Fazi), mentre si ritrova nelle tasche, senza sapere bene perché, un anello per le tende. È l'inizio di uno straordinario viaggio nei suoi ricordi, dai giorni immediatamente precedenti alla Seconda guerra mondiale, al dopoguerra. La scrittrice torinese, dopo il successo de "L'annusatrice di libri"- inno ai poteri dell'olfatto - dedica il suo ultimo lavoro al senso del tatto.

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La macchina da scrivere è un po' la protagonista del libro.
«Sì esatto: la scrittura intesa non tanto come atto creativo, intellettuale, ma come atto fisico».

Ci sono due piani temporali. Gli anni del conflitto e il 1994: la sua protagonista, Dalia, cerca di mettere nero su bianco la sua esistenza. Ma c'è un problema.
«Lei ha avuto un leggero ictus, e ha perso la memoria degli ultimi due o tre mesi; ma sente che in quel lasso di tempo le è successo qualcosa di rilevante. Come dimostrano alcuni dettagli, che sembrano ricordarle qualcosa».

Perché la memoria è così importante?
«La memoria crea la nostra coscienza, è alla basa di qualunque evoluzione, di qualsiasi apprendimento. È un'esigenza umana, quella di ricordare, di ripetere all'infinito le nostre storie - come nelle culture antiche che non conoscevano la scrittura».

Dalia è una dattilografa e la sua Olivetti MP1 rossa ha un fascino particolare.
«Sì, è la portatile di quegli anni, leggera e versatile; lei la porta con sé in bicicletta quando va dai clienti; ma è anche una delle prime ad essere offerta in diversi colori».

Prima l'olfatto, ora il tatto. Perché?
«Ho problemi alla vista da molti anni: quando leggevo gli ebook perché potevo ingrandire i caratteri, mi dicevano che così mi perdevo l'odore dei libri. Allora ho pensato: e se potessimo leggere con l'olfatto? Così è nata L'annusatrice. Ai sensi sono molto legata, probabilmente per la mia situazione particolare, ma anche perché ogni racconto innesca sensazioni tattili, fa percepire odori, rumori».

Il venir meno di un senso acuisce gli altri?
«Non so se sia vero. Però noto di più certi particolari. A Matera mi ero persa, poi mi sono ricordata del pigolare di un nido di colombi, sulla strada che avevo percorso poche ore prima. L'ho sentito di nuovo e mi sono detta: ah, certo, per di qua».

Nel suo romanzo Dalia incontra questo scrittore importante dell'epoca fascista, Nuto Cerri. Ma non riesce neanche a vederlo: le vuole dettare il suo nuovo romanzo in una stanza buia.
«Lei aveva abitato in quella casa, la conosceva. In circostanze di deprivazione sensoriale, si amplificano altre capacità: Dalia si fa coraggio toccando i bordi della scrivania, di cui ricorda ogni segno, ogni singolo graffio».

Cerri è il cattivo.
«È stato più complicato da costruire, perché non è solo malvagio, è anche coerente con le sue idee. È un eroe negativo».

Alcuni personaggi tornano alla ribalta, dal suo libro precedente. Vuole fare come Balzac?
«Mi piace che ci sia una continuazione, può darsi che un comprimario diventi protagonista, come nella 
Comédie humaine».

Ispirazioni?
«Ho passato l'adolescenza leggendo autori sudamericani e qualcuno, per L'annusatrice, ha parlato di realismo magico».

Lei ha scelto di parlare del tema delle leggi razziali con molta delicatezza.
«Ester è ebrea ed stata sempre la migliore amica di Dalia, anche se poi si separeranno perché lei riesce a fuggire con tutta la sua famiglia. Ho voluto raccontare le follie quotidiane di quella situazione». Ultimo aggiornamento: 17:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA