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Riccardo De Palo
Lampi
di Riccardo De Palo

Stephen King nel nuovo romanzo "Later" gioca col fuoco e mescola orrore, pulp e ironia

Stephen King ritratto da Shane Leonard
di Riccardo De Palo
6 Minuti di Lettura
Martedì 2 Marzo 2021, 16:48 - Ultimo aggiornamento: 20:59

«Credo che questa sia una storia dell'orrore. A voi stabilirlo», dice Jamie Conklin, il protagonista dell'ultimo romanzo di Stephen King, Later, che esce da oggi in contemporanea in Italia, Usa e Regno Unito. Raccontato come un lungo flashback in prima persona, da un ragazzino, il nuovo lavoro dell'autore più saccheggiato dal cinema della storia è, per molti versi, insolito. Anzitutto per la lunghezza: appena trecento pagine per uno scrittore che, da sempre, ci ha abituato a tomi cospicui (dalle cinquecento pagine in su). E poi per il tema narrato: la madre di Jamie è un'agente letteraria - per quanto in difficoltà - e questo ha consentito all'autore di raccontare dall'interno i retroscena di certi meccanismi editoriali, non senza ironia. Il libro è infatti dedicato proprio a Chris Lotts, l'agente di King (ma anche di George R.R.Martin del Trono di Spade, dello scrittore di fantascienza Robert A. Heinlein e del Dalai Lama).


Siamo a New York. Come molti altri analoghi personaggi di King, Jamie è un bambino con poteri soprannaturali (in particolare, vede i morti, e li costringe loro malgrado a dire la verità, «ma non come in quel film con Bruce Willis», Il sesto senso). Il che può apparire fastidioso, o terrificante, ma che al protagonista appare naturale come «essere mancini o saper suonare un pezzo di musica classica a tre anni». Il suo dono particolare, che non può certo essere spiattellato in pubblico, porta anche a botte d'umorismo - «L'ho sentita», mi interruppe il signor Thomas. «Sono morto, mica sordo» - però, fondamentalmente, il ragazzo che si racconta (dall'età di sei anni in poi) ritiene la sua vita pari a quella di un romanzo di Dickens, «ma con più parolacce». Il suo talento lo porta, tra l'altro, a poter interagire con uno degli autori di punta della madre, Regis Thomas, appunto. Cioè proprio lo scrittore che consente alla famiglia «di pagare l'affitto», che ha avuto malauguratamente, e anzitempo, un infarto mortale.


Peccato che la madre, Tia, stia cercando di riprendersi dalla batosta subita dopo il crack finanziario del 2008, e che il nuovo, attesissimo romanzo della saga di Roanoke - ultimo di molti libri «pesanti come mattoni», con «un bel po' di scene spaventose», ricerche di tesori sepolti e tanto, tantissimo sesso - sia rimasto incompiuto. Poiché il congruo anticipo è già stato speso, a Jamie non resta che farsi raccontare il resto della storia dal defunto, per consegnare al più presto il romanzo completo all'editore. La vicenda ricorda quella - molto più esilarante - di un racconto di Antonio Manzini (raccolto in Ogni riferimento è puramente casuale), in cui lo scrittore peruviano Javier Álvarez, divenuto una vera gallina dalle uova d'oro, muore anzitempo, e l'editore interdetto decide di tacere sulla sua dipartita, per affidare a un ghost writer i suoi prossimi bestseller.


Ma il registro di King non è quello della commedia, bensì del thriller, che stavolta vira anche sul crime. Luca Briasco, alla sua quinta traduzione di un'opera del re dell'orrore - dopo The Outsider, Elevation, L'istituto, Se scorre il sangue - definisce questo romanzo «mezzo pulp, mezzo Lovecraft», decisamente insolito rispetto al resto della sua produzione.


A ben vedere, però, i temi dominanti ci sono tutti. C'è la perenne ricerca del padre (cavallo di battaglia di tanta letteratura e dello stesso Dickens), che si dipana in un romanzo di formazione che ricorda, in piccolo, It. Il libro sulle prodezze del perfido clown Pennywise è citato anche in un dettaglio: il rito di Chüd, che viene utilizzato da Jamie (come dai ragazzi del club dei perdenti) per sconfiggere il mostro. King ama citare le proprie opere, ma sempre senza civetteria: lo fa anche scegliendo il nome di una località, Renfield, che ricorda il protagonista di un suo romanzo diventato un film, The Nigt Flyer, il cui nome a sua volta è ispirato a Dracula di Bram Stoker.

I libri di King sono tutti, o quasi, incentrati su una battaglia contro un'entità spaventosa che emerge dagli abissi della psiche, per diventare un mostro in carne e ossa. King sa bene che sono l'infanzia e l'inizio dell'adolescenza, i periodi in cui esplodono i tormenti interiori. E affrontare le proprie paure significa anche perderle, significa crescere.

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Così Jamie ama dormire con la luce accesa, ma (tranne un paio di eccezioni) non si spaventa quando vede persone che vive, a rigor di logica, non dovrebbero più essere. E la sua storia diventa un viaggio verso la conoscenza di sé, e delle proprie origini: «Avevo un debole per i padri, visto che il mio non sapevo chi fosse. Lo so, si dice che è impossibile sentire la mancanza di qualcosa che non si è mai avuto, e c'è un fondo di verità in questa teoria, ma io sapevo comunque che mi mancava qualcosa».

La sua discesa agli inferi assume, a tratti, toni pulp, alla Tarantino (che non sveleremo). Ma il segreto è sempre quello di affrontare a muso duro le proprie paure. «Afferra il tuo demone e non mollare la presa per nessun motivo al mondo», dice un personaggio a Jamie.

Stephen King riesce a confezionare, con grande ritmo (e per l'invidia di autori lenti per definizione come R.R. Martin), un romanzo dopo l'altro, riuscendo sempre a catturare i lettori nella sua tela, con un meccanismo a orologeria. Per il prossimo 3 agosto, ha già in cantiere il prossimo, Billy Summers, che racconta la storia di un killer di professione che uccide solo i cattivi e ha un piano per uscire di scena (ma qualcosa, ovviamente, va storto). È inoltre in lavorazione La storia di Lisey, una miniserie tratta dall'omonimo romanzo di King del 2006, che sarà prodotta da J.J. Abrams (quello di Lost) e diretta dal regista Pablo Larraín (Il club, Jackie), con Julianne Moore, Clive Owen, Jennifer Jason Leigh. In fondo la gallina dalle uova d'oro dell'editoria, ma anche di Hollywood, è proprio Stephen King, che si mostra capace di sana autoironia.

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