Autonomia, in campo anche i vescovi: diciamo no al festival dei particolarismi

Giovedì 14 Marzo 2019 di Franca Giansoldati
Il cardinale Gualtiero Bassetti
CITTÀ DEL VATICANO I grandi sorrisi e le calorose strette di mano non hanno mitigato il quadro d'insieme di un rapporto complicato. Tra la Lega e i vescovi resta la distanza e non sembra esserci proprio spazio per una felice composizione, al di là di un doveroso dialogo istituzionale. Anche ieri sera, nel cinquecentesco palazzo Maffei Marescotti, in zona extraterritoriale, è andato in scena un sostanziale dialogo tra sordi. Da una parte il segretario della Cei, Stefano Russo e dall'altra il (cattolicissimo) sottosegretario leghista, Giancarlo Giorgetti. L'occasione per metterli assieme a confrontarsi sul futuro del Paese è stata l'uscita del nuovo numero di Limes, intitolato «Una strategia per l'Italia».

Ma è chiaro che la strategia per entrambi resta qualcosa di differente. I vescovi per la prima volta hanno preso pubblicamente posizione sul nodo delle autonomie. Il cosiddetto decreto spacca Italia viene visto negativamente.

«La questione delle autonomie regionali non può risolversi se non a prezzo di erodere la radice della nazione nel festival dei particolarismi, nel frazionamento o nel separatismo. Cosa resterebbe dello Stato, se il Paese si muovesse secondo una cittadinanza differenziata e diseguale? Come Chiesa siamo sì a favore dell'autonomia, ma all'interno di un quadro di condizioni che impediscano di trasformarla in un grimaldello con cui scardinare la casa comune» ha messo in chiaro Russo. Una sintesi sui timori che serpeggiano nella Chiesa era stata anticipata dal vescovo pugliese, monsignor Santoro che, qualche tempo fa, aveva lanciato l'allarme sul pericolo del declassamento della capitale ma soprattutto, sull'accelerazione del divario tra i cittadini del Nord, di serie A, e quelli del Sud, di serie B. Insomma un disastro. Russo ha spiegato che in questo clima di eterna campagna elettorale si è dimenticato il bisogno di tutelare il bene comune. Giorgetti ascoltava attento per poi replicare parlando della atrofia della società europea, del fatto che l'identità nel Vecchio Continente è fatta da tante identità e che, del resto, basta andare in giro anche per l'Italia per capirlo. A suo parere Bruxelles ha dimostrato di essere ingessata, di non capire i movimenti e le richieste della gente, incapace di dare risposta ai cambiamenti.

«C'è stata poi una gestione fallimentare dell'immigrazione». Il sottosegretario leghista è convinto che occorra fare un passo in avanti, sia in Europa che in Italia segnata come è dal dualismo economico tra un Nord veloce e un Sud lento e infestato dalla criminalità. «Stiamo lavorando per una Italia snella e per una agenda nuova. La riforma dello Stato è la più grande sfida e bisogna alleggerirlo, e decentrarlo».

Una cura dalla quale trarrà giovamento anche la crescita economica. Le divergenze tra la Lega e la Cei sono affiorate come era prevedibile anche sul fronte dei migranti, con Russo che ha rivendicato il grande lavoro fatto dalla rete cattolica per dare un volto umano all'accoglienza. «Più si crede a una patria, meno si può essere egoisti». E ancora. «Si tratta di una prospettiva inclusiva che dovremmo assumere come Paese, anche davanti al declino demografico e all'invecchiamento della popolazione». Nemmeno sulla natalità zero c'è un comune sentire. Per Giorgetti, se continuerà con così poche nascite «l'Italia non ci sarà più perché non ci saranno più italian». Nessun cenno ai migranti. Infine non è mancata una stoccata verso l'alleato di governo. «Il principale obiettivo della lega era la riduzione delle tasse e quello dei 5 Stelle il reddito garantito. Resta però il paradosso di un dualismo economico che è diventato un dualismo politico. Questo governo è un tentativo serio, forse l'ultimo possibile, di comporre le diversità in Italia».
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