Rogo all’Ast di Torino, l’ex dirigente Moroni: «In carcere
ho imparato cosa vuole dire inclusione»

Domenica 18 Ottobre 2020

TERNI Condannato in via definitiva a sette anni e sei mesi per il rogo all’Ast-ThyssenKrupp di Torino, che nel 2007 costò la vita a sette operai, dall’agosto 2019 vive fuori dal carcere ed è ora impegnato in prima persona in progetti di inclusione dei detenuti: Daniele Moroni, 72 anni, ex dirigente della multinazionale, ha deciso di raccontare la sua esperienza stamani a margine dell’inaugurazione, a Terni, del parco del Centro di Palmetta, realizzato grazie anche al contributo degli stessi detenuti. A promuovere l’iniziativa l’associazione Demetra, di cui Moroni è volontario.
«Ero già consapevole del fatto che tutte le esperienze danno un contributo alla crescita delle persone, ma poi l’ho toccato con mano. Anche quelle più brutte e impegnative dal punto di vista esistenziale ti fanno crescere e rendere più consapevole e maturo» ha spiegato parlando della sua vicenda l’ex manager, attualmente in affidamento in prova ai servizi sociali fino a marzo 2022. «La mia - ha continuato - è stata un’esperienza molto coinvolgente e toccante, che mi ha lasciato il segno. Lo dimostra il fatto che, finita la parte più rigorosa della limitazione della mia libertà, il mio tempo libero l’ho dedicato prevalentemente a fare in modo che persone nella mia situazione potessero trovare un aiuto, piuttosto che essere abbandonate ad un destino abbastanza triste».
Tramite i progetti Orto 21 e Communitas, che vedono coinvolti tra gli altri anche l’Ufficio di esecuzione penale esterna di Terni e gli istituti penitenziari di Terni e Orvieto, Moroni ha quindi seguito e gestito negli ultimi mesi una ventina di persone impegnate in lavori di pubblica utilità - tra cui la riqualificazione di un sentiero francescano nei pressi di Stroncone - e tre detenuti ammessi al lavoro esterno.
«Numeri che sono gocce in un mare - ha evidenziato ancora Moroni - ma speriamo di contaminare altre associazioni che possano seguire il nostro esempio».
«Ho toccato con mano - ha proseguito - situazioni in cui persone che non hanno nemmeno una buona conoscenza della lingua italiana, una fonte di reddito e una professionalità e, soprattutto, nessun rapporto affettivo con il territorio, dopo aver scontato una pena si ritrovano nella società. Ma se nessuno si prende a cuore l’aspetto del loro recupero, della riqualificazione e del reinserimento, si rischia che queste persone diventino di nuovo dei problemi»

 

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