Matteo Berrettini, il campione e l'uomo: «Io un giovane vecchio, a caccia del senso delle cose»

Sabato 14 Settembre 2019 di Massimo Caputi

Non saranno vacanze, ma le giornate “romane” di Matteo Berrettini, sono, tra un allenamento e l’altro, il meritato bagno di affetti e popolarità dopo i recenti e straordinari exploit.

«Roma per me vuol dire famiglia, amici, Foro Italico, i circoli in cui sono stato (Corte dei Conti e Aniene ndr) e il caos. Di sicuro mi manca, da alcuni mesi vivo a Montecarlo, appena posso faccio di tutto per tornarci».

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All’Aniene in tanti hanno seguito i tuoi allenamenti.
«Mancavo da parecchio e dopo gli ultimi risultati il Circolo ci teneva a farmi sentire il suo affetto. Il presidente Massimo Fabbricini è stato fantastico, mi ha fatto due sorprese. La prima inaspettata e pazzesca: mi ha portato Carlo Verdone, uno dei miei idoli dal punto di vista cinematografico. Conosco tutti i suoi film a memoria. Quando l’ho visto, stavo giocando, mi sono emozionato e ho steccato due palle»
 

E la seconda sorpresa?
«Ha organizzato un piatto di carbonara, il piatto che preferisco, con tutta la mia famiglia, il team e i soci. Avere vicino persone speciali fa la differenza»
 

 

Pesa la vita lontano da casa?
«E’ dai 17 anni che è così, ci sono abituato. Stare fermo troppo in un posto mi annoia, mi è sempre piaciuto viaggiare, visitare e conoscere posti nuovi. Mi pesa cambiare ogni due tre giorni posti e fuso orario. Mi ritengo comunque fortunato: la mia famiglia mi è sempre vicina, con videochiamate e messaggi siamo sempre in contatto. Poi mi trovo benissimo con il team, lavorarecon dei professonisti che sono anche amici, rende più semplice stare fuori 10 mesi all’anno»

Torniamo indietro di 15 anni, cosa pensava Matteo a 8 anni?
«Facevo judo e nuoto, il tennis era l’ultimo dei miei sogni. Giocavo con mio fratello Jacopo e imitavamo i ragazzi che partecipavano alla coppa a squadre nel mio circolo, la Corte dei Conti. Mai pensato di trovarmi a certi livelli, è pazzesco»

Quando è scoccata la scintilla?
«Una delle prime volte che sono andato al Foro italico. Volandri giocava contro Federer e cercavo di entrare al Centrale senza biglietto. In quel momento ho sognato di esserci io un giorno»

E’ vero che devi molto a tuo fratello Jacopo?
«Quando avevo 3/4 anni iniziai a giocare con le palline di spugna, ma non mi piacque molto. Jacopo, che è più piccolo di me di due anni, mi ha spinto a riprovare e da li non ho più smesso. Il nostro è un rapporto molto forte, ci siamo sempre aiutati l’uno l’altro, è stato un percorso fatto insieme anche oggi(ieri) ci siamo allenati insieme. A lui tengo tantissimo»

Chi è Matteo Berrettini?
«Un ragazzo molto sensibile. Mi piace entrare nelle cose, voglio capire prima di fare. Da quando ho 14 anni e lavoro con Santopadre ho sempre voluto comprendere il fine di quanto mi è chiesto. Forse dovrei essere un po’ più rilassato, a volte rischio di incastrarmi. Riesco però a scavarmi dentro, trovando energie interiori che mi danno la forza di superare momenti difficili»

Come vivi questo momento?
«Con tanta gioia e orgoglio. Al di là della semifinale agli Us Open è un periodo in cui mi sento bene con me stesso. Ora sarà più difficile, sono in tanti a conoscermi, sento l’affetto delle persone. Devo essere bravo a gestire la pressione, proseguire per la mia strada e lavorare»

Come gestisci la popolarità?
«Quando arrivi a certi livelli devi conviverci. Sono circondato da persone che mi sanno consigliare, mi fido di loro al cento per cento»

Ora per i tuoi colleghi sei un avversario da temere?
«Prima ero il giovane emergente, ora che ho raggiunto certi risultati mi guardano differentemente. Questo rende tutto più complicato, ma al tempo stesso ne sono fiero. Il pensiero che prima di affrontarmi Federer o Nadal possano studiarmi mi emoziona»

Come è stato dopo Federer l’impatto con Nadal?
«La sconfitta con Federer, come tutte, mi è bruciata parecchio. Ho cercato di capire cosa avessi sbagliato e come migliorare. Contro Rafa sono entrato in campo più determinato, concentrato su cosa volessi fare, convinto dei miei mezzi»

Dritto e servizio sono le tue armi vincenti.
«E’ il piano tecnico e tattico da quando mi sono affacciato al professionismo. Vincenzo Santopadre, vedendomi crescere in altezza e che la mano andava veloce con il dritto, ha pensato che dovessimo investire su questo». 

E sei diventato un giocatore per tutte le superfici.
«Sono nato sulla terra rossa, ma madre natura mi ha dato qualità che posso sfruttare sulle superfici veloci. Nulla nasce per caso, al mio primo anno da professionista Vincenzo ha voluto che giocassi il 70% delle partite sul cemento per abituarmi ed ha avuto ragione».

Ventitré anni, numero 13 al mondo: sfatato il mito che i nostri tennisti maturino più tardi.
«Forse noi italiani facciamo più fatica di altri, ma una volta che arriviamo a mio parere abbiamo qualcosa in più dentro. Da piccolo non ero tra i primi d’Italia, ho avuto modo e tempo per lavorare senza fretta e soprattutto senza quella pressione, che da giovani pesa molto. Fondamentale è la maturazione mentale, solo dopo puoi pensare a risultati importanti»

Cosa hai pensato dopo il doppio fallo con Monfils?
«Ho riso dentro di me, un risata nervosa naturalmente. La mano mi tremava ed è cambiata l’impugnatura, non mi era mai accaduto. La svolta è stata riconoscere che era normale provare quelle sensazioni in un tale contesto. Mi sono perdonato, dovevo continuare con il mio tennis, le chance sarebbero arrivate»

Le Atp Finals, un obiettivo?
«Solo parlarne mi fa sorridere. Posso riuscirci, ma non giocherò per quello, ne per i punti o per il ranking. Vado avanti per la mia strada, lavorando e spingendo forte. Se le conquisterò sarà bellissimo, altrimenti ci saranno altre possibilità, magari in casa a Torino»

Qual è il tuo idolo sportivo?
«LeBron James, seguo lui e l’ Nba dal 2011. Il calcio mi appassionava da bambino»

Ora potrai diventare tu un idolo per i bambini
«E’ uno dei miei obiettivi»

Ultimo aggiornamento: 19:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA